Con From The Rooftop 3, Coez ripropone la sua versione più intimista, tra inediti, cover e riarrangiamenti d’eccezione, con la produzione di Colombre e gli archi curati da Fausto Cigarini. Le riprese live sono state fatte su una splendida terrazza fiorentina, affacciata sul Duomo, la direzione artistica era del fidato Tommaso Biagetti, affiancato dal dop Lorenzo Invernici, dalla produzione Borotalco e, in Cielo di sabbia e Ci vuole una laurea, da Gio Macedonio.
La tracklist e le riprese live non seguono una correlazione troppo stretta, passando con disinvolutra dal giorno al tramonto e viceversa. Si aprono con il pianosequenza in steady di Niente da nascondere, che funge da perfetta presentazione tanto dei musicisti quanto dell’iconico paesaggio alle loro spalle. La successiva Faccio un casino invece ci trasporta al calar del sole, con tanto di luci e una certa ricerca del flair in camera.

Tra i duetti con Colombre e California, c’è spazio per Cielo di sabbia, che come dicevamo è stata co-diretta da Gio Macedonio, anche responsabile della fotografia in questo caso. «Nel caso di Cielo di sabbia e Ci vuole una laurea, i due video sono stati interamente realizzati con delle telecamere broadcast analogiche a tritubo catodico rgb dei primi anni 80», ci spiega Macedonio, «le ultime telecamere a produrre un’immagine attraverso un tubo fotosensibile a raggi catodici, prima dell’avvento dei sensori utilizzati nelle macchine da presa contemporanee».
«Sono immagini caratterizzate da contrasti molto accentuati, una definizione morbida, aberrazioni cromatiche, bloom e lag luminose tipiche delle camere di quegli anni – prosegue il regista -, generate dalla persistenza della luce molto forte nel tubo che ne determina delle scie brillanti».
La patina nostalgica che le telecamere donano al video trova riverbero anche nelle scelte di montaggio, che si fa invece più canonico negli altri episodi, sposandosi comunque col mood del brano – le dissolvenze incrociate di Quelli come me – o della struttura del set – l’apertura più libera, esibendo un po’ il dietro le quinte, nella conclusiva Le parole più grandi.








