Una rubrica di Alberto Beltrame
L’America non è mai stata così vecchia nella sua luccicante voglia di cambiamento. Le stesse strade, gli stessi rumori silenziosi, la stessa calma tossica dei sobborghi. La riscossa del vecchio é la riscossa di un antico ma nuovo orizzonte: il socialismo.
Lui si faceva chiamare Mr. Cardamom. Ma dietro questo nome c’è Zohran Mamdani, politico, figlio della regista Mira Nair, e oggi nuovo sindaco di New York. Una genealogia difficile da portare: Bollywood, marxismo, immigrazione, Islam e futuro. Tutto insieme, tutto in un videoclip.
Perché la politica, oggi, è un’estensione del videoclip, e il videoclip una campagna pubblicitaria ed elettorale permanente. Mamdani lo sa. Lo sapeva già nel 2019, quando filmava Nani, il suo piccolo saggio pop sull’America dell’immobilità, dell’immigrazione orgogliosa, dell’ironica messa in scena del solito – ma mai cosi tanto obsoleto – american dream. Non c’è ideologia, solo fotografia. L’America di oggi non ha più ideologie, solo narrazioni. E il politico è ormai il regista della contemporaneità: monta slogan, taglia contraddizioni, colora i silenzi.
A tratti sembra un film di Satyajit Ray, ma proiettato nel retro di un McDonald’s. Gli oggetti restano immobili, le persone no. Tutti parlano, nessuno ascolta. Tutti ballano. Il senso di tragedia educata, come in un melodrammia di Shyam Benegal, dove tutti si osservano allo specchio e non capiscono più se piangere o venderne il riflesso a Netflix. La regia è quella di chi è cresciuto tra due culture, due moralità, due velocità. Un figlio del mondo che racconta un paese che non riconosce più se stesso.
Una genealogia dei suoni, e delle presenze. Nel videoclip compare Madhur Jaffrey, attrice, scrittrice e cuoca indiana-americana nata a Delhi. Vincitrice dell’Orso d’Argento a Berlino per Shakespeare Wallah (1965), che poi ha insegnato all’Occidente il lessico delle spezie e la grammatica della diaspora. Una figura che osserva e non giudica, come se tenesse insieme tutte le versioni dell’esilio. Colei che balla e cucina, il ruolo della donna in qualsiasi cultura di questo mondo.
Una genealogia visiva è anche genealogia musicale. Sua madre, Mira Nair, aveva firmato Monsoon Wedding (2001). Dentro la colonna sonora, la canzone Mehndi Madhorama Pencha – un tema folk punjabi – attraversò i confini fino ad arrivare a Milano, dove venne campionata un anno dopo da Paola e Chiara per il brano Kamasustra (che curiosamente é anche il titolo di un altro celebre film di Nair). Ogni continente scambia i propri miti, li semplifica, li balla. Il post-coloniale come playlist: Bollywood, MTV, Corso Como.
Mamdani sembra l’ultimo anello di questa catena: il pop come forma di archiviazione culturale. Nato in Uganda, ma indiano d’origine sia paterna che materna, e un periodo d’infanzia vissuto in Sud Africa, Mamdani é newyorkese dall’età di sette anni. Eletto all’Assemblea dello Stato di New York nel 2021, la sua candidatura per la carica di sindaco della città si è trasformata in un movimento generazionale: autobus gratuiti entro il 2027, congelamento degli affitti, supermercati municipali, la trasformazione dei commissariati abbandonati in centri civici. Ha raccolto più di 800 000 dollari nei primi mesi di campagna e migliaia di volontari. Ha vinto le primarie democratiche con il sistema di voto ranked choice, battendo l’ex governatore Andrew Cuomo. Oggi é il sindaco di una delle città più importanti al mondo.
Una vittoria socialista in salsa TikTok, il sogno da decifrare in un’America trumpiana, dove la sinistra cerca ancora la propria grammatica, Mamdani é il protagonista di un videoclip chiamato America.
Una nuova retorica come una nuova metrica del beat. Le sue parole hanno la stessa costruzione del suo videoclip: sincopate, ironiche, senza rabbia, ma allo stesso tempo una severa forma di attenzione. Come se il vero atto politico oggi fosse continuare a guardare, non distogliere l’attenzione, concentrarsi malgrado i tentativi continui di far distogliere lo sguardo dalla realtà. E Nani – girato prima che tutto si confondesse, tra Trump e crisi pandamiche – resta il suo gesto più nitido, la fotografia del momento in cui la democrazia americana iniziò a recitare se stessa.
Il politico e il performer coincidono, e la distanza tra i due è lo spazio vuoto della modernità. Forse Satyajit Ray avrebbe filmato tutto con più pietà e forse Shyam Benegal con più sarcasmo. Mamdani invece lo lascia così: sospeso, ironico, incolore nella miriade di colori illusori. Un fotoromanzo per un paese che ha sostituito la realtà con la rappresentazione, e chiama ancora tutto questo futuro.
