Il 25 aprile 2004 viene presentato al mondo 99 Problems, l’ultimo videoclip di Jay‑Z tratto da The Black Album. Non si tratta di un video qualsiasi: alla regia c’è Mark Romanek, uno dei nomi più autorevoli della storia del videoclip, già autore di pietre miliari come Closer dei Nine Inch Nails e Hurt di Johnny Cash. La collaborazione tra il rapper di Brooklyn e il regista americano darà vita a un’opera che segnerà per sempre l’immaginario del rap, alzando l’asticella della qualità estetica e concettuale nei video hip hop.
Pochi giorni prima della messa in onda ufficiale, si tiene una proiezione riservata nella Tribeca Screening Room di New York. È una premiere per pochi intimi: amici, addetti ai lavori, DJ, accorrono per vedere in anteprima la versione uncut di un video già considerato controverso ancora prima del debutto televisivo. Jay‑Z si presenta in abito scuro a tre bottoni, sorridente, ma si trattiene poco: lascia la sala in fretta per raggiungere il Madison Square Garden e assistere a gara 3 dei playoff NBA tra i suoi New Jersey Nets (poi Brooklyn Nets a partire dal 2012) e i New York Knicks. Prima di andar via, però, rilascia qualche dichiarazione: spiega che i due precedenti singoli – Change Clothes e Dirt Off Your Shoulder – non lo hanno pienamente convinto a livello visivo. Con 99 Problems, invece, vuole mostrare “il lato più cupo e rozzo di Brooklyn”, dipingendo un ritratto crudo e fedele del quartiere in cui è cresciuto.






Questa visione diventa la bussola creativa di Romanek. Quando Jay‑Z gli propone l’idea, dice chiaramente: “Voglio girare il ghetto come farebbe un fotografo. Voglio che anche un muro pisciato sembri arte.” Il regista accetta la sfida, firma un treatment dettagliato e decide di girare in 35mm, in bianco e nero, con un’estetica ispirata ai grandi fotografi urbani che hanno raccontato New York attraverso lenti poetiche ma spietate. Le immagini sono cariche di realismo documentaristico, ma curate con la precisione di un’opera cinematografica.
Il set si sposta nei Marcy Projects, cuore pulsante di Brooklyn e luogo natale di Jay‑Z. Romanek e la sua troupe girano in libertà, alternando scene di performance a istantanee di vita quotidiana: bambini che giocano in cortile, partite a domino sul marciapiede, litigi domestici, corpi tatuati, passi di danza, pitbull ringhianti. Tutto si muove con un ritmo serrato, ma il video è costellato anche da slow motion, che enfatizzano gesti, sguardi e situazioni. L’effetto è ipnotico: un equilibrio perfetto tra dinamismo e sospensione.






Il montaggio è il cuore pulsante dell’intera opera. La sfida non è semplice: il materiale girato arriva a sfiorare le dodici ore e la prima scelta di Romanek per l’editing, Robert Duffy, non è disponibile nei tempi richiesti. Il progetto passa allora attraverso le mani di tre diversi collaboratori abituali del regista, ma nessuna delle versioni iniziali riesce a catturare pienamente il tono e l’intenzione del video.
Solo quando Duffy si rende disponibile e prende in mano il progetto, il video comincia davvero a prendere vita. Il suo intervento dà coerenza visiva e ritmo narrativo a una serie di frammenti che rischiavano di restare solo una sequenza di immagini potenti ma disarticolate. Ritmi sincopati, tagli improvvisi e momenti di sospensione visiva sono la chiave che restituisce quella fluidità che tiene insieme la dimensione cruda del documentario e quella simbolica del cinema.
Non mancano momenti simbolici e surreali. Uno su tutti: il finale, in cui Jay‑Z viene crivellato da una raffica di proiettili. È una scena forte, volutamente scioccante, che simboleggia la morte del vecchio sé artistico e l’addio alla carriera da rapper, almeno per come l’aveva vissuta fino a quel momento. MTV inizialmente si oppone alla trasmissione di questa sequenza, ma Romanek è inflessibile: o passa interamente, o il video non andrà in onda. Alla fine il regista ha la meglio e l’intera clip viene trasmessa senza censure.
Tra le tante apparizioni nel video, spiccano soprattutto due cameo d’eccezione: quello di Vincent Gallo, attore e regista underground fortemente legato alla grande mela, e quello di Rick Rubin, leggendario produttore del brano nonché figura chiave nella carriera di Jay‑Z. La loro presenza rafforza il legame tra musica, cinema e cultura urbana che il video intende esplorare.



Al momento dell’uscita, 99 Problems viene accolto come una vera e propria rivoluzione. Il video si aggiudica quattro Moonman agli MTV Video Music Awards: miglior video rap, miglior regia, miglior montaggio e miglior fotografia. Ma al di là dei premi, lascia un solco visivo e narrativo indelebile. È uno dei pochi video mainstream che riesce a raccontare la realtà di strada senza cadere nel sensazionalismo o nello stereotipo. Un lavoro che dimostra come il videoclip possa essere più di uno strumento promozionale: può essere cinema, può essere arte, può essere memoria.
