Per affrontare con i giusti strumenti la genesi di questo video servirebbe la DeLorean di Doc Brown: un videoclip degli anni ‘90 che omaggia una serie tv anni ‘70 ambientata negli anni ‘50. Viene già il mal di testa. Proviamo a fare ordine.
È il settembre del 1994. MTV trasmette in loop Nirvana, Soundgarden e Pearl Jam. Il grunge, con la sua estetica disillusa e malinconica, domina classifiche e guardaroba. I videoclip sono pieni di stanze buie, urla distorte, chitarre sature e un’irrequieta disillusione. Ma proprio mentre l’onda lunga della Generazione X sembra inghiottire tutto, i Weezer pubblicano Buddy Holly e rompono completamente le regole del gioco.
Il brano è fresco, ironico, pulito. Ha la spensieratezza del college rock e la nostalgia innocente degli anni ’50. Un cortocircuito musicale che, sulla carta, sembra impossibile da vendere in quel momento storico. Eppure funziona. La sua improvvisa diffusione è dovuta anche a uno dei videoclip più iconici degli anni ’90, firmato da un giovanissimo Spike Jonze, che in meno di quattro minuti riesce a fondere sitcom vintage, cultura pop e spirito alternativo.






L’autore del brano è Rivers Cuomo, frontman e mente creativa dei Weezer. Il titolo nasce da una battuta che gli rivolge un amico, mentre lui frequenta ancora la UCLA: «Hai l’aspetto di Buddy Holly e la tua ragazza sembra Mary Tyler Moore». Da lì prende forma una canzone dal tono brillante, con un ritornello appiccicoso e arrangiamenti che uniscono alternative pop e armonie sixties. Cuomo, da sempre ossessionato da ciò che è fuori moda, fuori dal tempo, riesce a sintetizzare perfettamente quella tensione nel brano.
La band però non è convinta. Il pezzo viene inizialmente accantonato durante le registrazioni dell’album di debutto omonimo (anche noto come The Blue Album). A insistere perché venga inserito è Ric Ocasek, leggendario leader dei Cars e produttore dell’album: “Sareste stupidi a non metterla nel disco”, dice, senza mezzi termini. E ha ragione. Buddy Holly diventerà una delle tracce simbolo della band e una chiave d’accesso universale al loro universo musicale, così eccentrico eppure così pop.
Le strade di Spike Jonze e della band losangelina si erano già incrociate solo pochi mesi prima, quando Matt Sharp, bassista dei Weezer, telefona al regista per chiedergli delle idee per realizzare il video di Undone – The Sweater Song. Jonze convince Cuomo e soci con un semplice long take – impreziosito dalla presenza di un branco di cani –, girato all’interno di uno studio a Silver Lake in cui la band si esibisce davanti a un telo blu, proprio come la cover del disco.
Conquistati da quella prima collaborazione, i Weezer gli affidano anche Buddy Holly. Jonze racconta così il momento in cui ha avuto l’idea: «Quando cerco delle idee per un videoclip ascolto la canzone in loop e scrivo ogni idea che mi passa per la testa — brutta, bella, stupida, qualunque cosa. Con Buddy Holly, a un certo punto ho semplicemente scritto “Happy Days”. Ero nell’età giusta per vederlo sempre in replica, e riuscivo a immaginare chiaramente la band che suona nel diner. Sembrava anche adatto, perché nei loro testi facevano spesso riferimento all’infanzia, e per i creatori quella serie era già un ricordo nostalgico».






L’idea è semplice e geniale. Jonze decide di usare spezzoni originali della sitcom cult ambientata nella Milwaukee degli anni ’50, e fondere quel materiale con le riprese dei Weezer. Nessun effetto digitale: solo green screen, montaggio preciso e una cura maniacale per i dettagli, dai costumi alla gestualità. I membri della band vengono letteralmente inseriti nella narrazione, come se fossero davvero lì, nel bel mezzo di una puntata del telefilm.
Con la necessità di utilizzare spezzoni originali della serie emerge però un problema non da poco: servono le liberatorie di tutti gli attori presenti nelle clip d’archivio, anche per apparizioni brevi. Alcuni membri del cast, come Anson Williams (Potsie), inizialmente si mostrano riluttanti a concedere l’autorizzazione. La situazione si sblocca grazie a Henry Winkler, il leggendario Fonzie, che non solo accetta subito con entusiasmo, ma convince anche gli ex colleghi. “Se il Fonz dice che va bene, allora va bene”
Il risultato è un videoclip che sembra una parodia, ma è anche una dichiarazione d’intenti. Quando viene trasmesso per la prima volta, nel settembre 1994 – mese in cui Buddy Holly avrebbe compiuto 58 anni –, Buddy Holly appare come un alieno nel palinsesto MTV, e per questo cattura subito l’attenzione.
Il video diventa un caso. Vince i premi come Migliore Videoclip Alternativo, Breakthrough Video, Migliore Regia e Migliore Montaggio agli MTV Video Music Awards, viene messo in heavy rotation su MTV e persino incluso come contenuto bonus in Windows 95, all’interno del CD-ROM promozionale del sistema operativo. Milioni di persone vedono il video prima ancora di sapere chi siano i Weezer, e questo contribuisce in modo decisivo alla diffusione dell’album.
A trent’anni di distanza, Buddy Holly resta un manifesto della creatività anni ’90. È uno dei primi esempi di come il videoclip possa essere non solo promozione, ma linguaggio, capace di dialogare con il cinema, la televisione, la cultura pop. E soprattutto la prova che, in un’epoca dominata da un’estetica precisa, è ancora possibile spiazzare tutti con un’idea folle ma autentica.

