È il 29 settembre 1991 quando Dave Kendall – VJ dell’epoca – lancia la video premiere di Smells Like Teen Spirit sulla trasmissione 120 Minutes di MTV. Da quel momento nulla sarà più come prima, sia per i Nirvana che per l’intera industria discografica. Nel giro di poche settimane, quel video diretto dall’allora esordiente Samuel Bayer entra in heavy rotation, diventa il più richiesto del canale, e trasforma i Nirvana – fino a quel momento band underground di Seattle – in icone globali. Non solo: quel video è il cavallo di Troia con cui il grunge irrompe nella cultura mainstream, cambiando per sempre l’estetica dell’epoca.
La storia del video inizia pochi mesi prima, quando i Nirvana — appena passati alla DGC, sussidiaria della major Geffen — cercano un regista che non abbia lo stile patinato e tipico dell’industria di quel periodo. Tra i vari reel ricevuti, Kurt Cobain rimane colpito da quello di Bayer: grezzo, fuori fuoco, sporco. E quindi perfetto. Cobain ha in mente un’idea precisa: un pep rally scolastico (ovvero una manifestazione che precede un evento sportivo scolastico, pensata per entusiasmare studenti e tifosi) che degeneri in rivolta totale, un omaggio distorto al film Over The Edge (1979) e Rock ‘n’ Roll High School dei Ramones, ma virato in toni più nichilisti. Il concept prende vita ai GMT Studios di Culver City, in California, dove il 17 agosto 1991 si gira l’intero video in un’unica giornata.

L’ambientazione è una palestra devastata, metafora visiva della gioventù americana che si ribella e si autodistrugge. Le cheerleader indossano uniformi nere con il simbolo anarchico. Il pubblico, composto da veri fan reclutati con volantini, viene inizialmente tenuto fermo e passivo sugli spalti. Bayer li vuole immobili, ma dopo ore di riprese, è Cobain stesso a rompere lo schema: «Lasciateli scatenare!» urla sul set. È la miccia. Quel che segue è reale: mosh pit, sedie lanciate, strumenti distrutti, sudore ovunque. Una detonazione autentica, non coreografata. Bayer ancora non ne è certo, ma sente di essere testimone di un momento cruciale della storia della musica: «Ricordo di aver pensato: questo è qualcosa. Questo cambierà le cose. Lo si poteva sentire.»
Il video è un’opera di simboli. Le cheerleader non sono sexy, come MTV si sarebbe aspettata, ma tatuate, dure, disturbanti. La scelta fu volutamente anti-convenzionale. Cobain aveva chiesto espressamente cheerleader “vecchie, tatuate e incazzate”, lontane dall’immaginario pulito della cultura americana. Nel vederle Dave Grohl commentò ironicamente: «Sembravano spogliarelliste più che cheerleader». Il bidello con la scopa che balla da solo al centro della scena diventa un personaggio poetico: secondo Bayer, rappresenta “il cuore onesto del liceo”, in contrasto con il cinismo dei ragazzi che lo circondano. Tutto è studiato per evocare disillusione, rabbia, alienazione. Eppure, nulla appare costruito: il video restituisce una tensione autentica, fatta di corpi, rumore e sguardi.






Anche il montaggio ha la sua storia. Cobain non apprezza il primo rough cut e ne supervisiona uno nuovo: elimina alcune sequenze che gli sembrano fuori tono e chiede di aggiungere un close-up finale sul suo volto, che fino a quel momento era rimasto in ombra. A questo proposito Bayer ricorda: «Gli dissi: non avvicinare la faccia più di 30 centimetri dalla camera, perché non riesco a regolare la messa a fuoco. […] Quindi, alla fine del video, quando Kurt mette la faccia davanti alla camera ridendo…sta ridendo di me.» Nonostante la sua timidezza, Kurt vuole che il messaggio arrivi forte e chiaro, senza orpelli. È una rivolta, sì, ma lucida. Ciò che cerca Cobain è la distorsione, anche nel linguaggio visivo.
Il risultato finale è un video dalla forza dirompente. Visivamente ruvido, con colori caldi, saturi e polverosi, e un’estetica anti-glamour che anticipa il mood visivo di un’intera generazione. Bayer lo definisce «una palestra di liceo andata a fuoco». MTV, abituata a clip patinate e seriali, riceve una scossa. La responsabile del canale, Amy Finnerty, dichiarerà anni dopo: «Quel video ha cambiato il look di MTV. Ha portato la Generazione X in prima serata».
Il successo è immediato. Il video vince due MTV Video Music Awards nel 1992, entra nel Guinness dei primati come clip più trasmessa su MTV Europe, e viene inserito da Rolling Stone, NME e VH1 tra i migliori videoclip della storia. Oggi ha superato i 2 miliardi di visualizzazioni su YouTube, ed è ancora oggetto di studi, tributi, analisi.
Ma all’epoca, nessuno lo sa. Non Cobain, che considera la canzone «un tentativo ironico di scrivere un pezzo pop alla Pixies». Non Bayer, che sul set percepisce qualcosa di indefinito ma potente. Sbilenco e impreciso, ma irriducibilmente onesto. Insomma, era tutto vero: rabbia, sudore, rumore. E forse è proprio per questo che ha funzionato.
