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Commento

Budget ridicoli, scarsa trasparenza, mancanza di rispetto da parte delle etichette discografiche, pagamenti in ritardo, mancati pagamenti, pagamenti ridicoli. E la lista potrebbe continuare: queste sono solo alcune delle problematiche che colpiscono i registi di videoclip (e non parliamo delle maestranze!). Problema solo italiano? Niente affatto. Oltreoceano non se la passano affatto meglio.

Tutto è cominciato da un tweet di Daniel Kwan (metà del duo Daniels) dello scorso Settembre 2018. La sua denuncia delle pessime condizioni di lavoro che affligono l’industria ha colpito nel segno, chiamando a raccolta le dichiarazioni di molti altri registi.

Questa particolare “sollevazione popolare” ha portato alla creazione di “We Direct Music Videos”, una «organizzazione non gerarchica di volontari», come riporta il loro sito web, «che stanno lavorando per aiutare l’industria del video musicale a vedersi come una comunità che può e deve cambiare in meglio». L’associazione si è posta tre obiettivi principali: 1) garantire maggiore rispetto per i registi; 2) avere maggiore trasparenza nel rapporto con le etichette discografiche; 3) minimizzare il lavoro gratuito.

In poco tempo, WDMV ha organizzato incontri fra registi e altri attori dell’industria a Los Angeles, Londra e New York con lo scopo di cementare una comunità disgregata e disorganizzata e proprio per questo motivo più vulnerabile sul piano dei diritti lavorativi. Inoltre è stato promosso un primo sondaggio online sulle esperienze dei registi, riportando dati noti ma non per questo meno sconcertanti, concentrandosi soprattutto sul processo di pitching.

Che cos’è il pitching?
Oltreoceano, ma anche in altri paesi (UK, Francia e così via) dove la produzione di videoclip è più strutturata, la selezione dei registi per uno specifico videoclip avviene attraversa una serie di pitch, per i quali i candidati si preparano con un trattamento – ovvero la sceneggiatura di un videoclip.

I problemi principali riguardano: a) deadline assassine; b) mancanza di comunicazione e trasparenza, nel senso che si può finire per fare pitch inutili per videoclip di fatto già assegnati, oppure non si viene nemmeno informati di non essere stati selezionati; c) furto di idee. Per queste ragioni il processo di pitching si traduce spesso in lavoro gratuito, lavoro che è spesso il prodotto di uno sforzo creativo molto intenso e stressante.

Proprio per questo motivo il primo risultato prodotto da WDMV è la redazione di alcune linee-guida e buone pratiche per il processo di pitching (consultabile qui). Nelle intenzioni dell’associazione, questo processo può essere razionalizzato e snellito, venendo incontro alla necessità dei registi – meno inutili perdite di tempo, più chiarezza sulle proprie possibilità di essere ingaggiati -, ma anche favorendo la ricerca dell’idea giusta e vincente da parte del management di un’artista.

Importante anche il focus sull’inclusività: l’82% dei registi di clip statunitensi sono maschi, e l’80% bianchi. L’associazione suggerisce di che almeno un terzo dei registi coinvolti nella fase di selezione provenga da comunità marginalizzate nell’industria (donne, LGBTQ, persone di colore ecc.).

Il sito di WDMV propone inoltre una serie di interessantissime risorse, sicuramente utili anche per i registi nostrani. Si va da un database (in espansione) di trattamenti di grande spessore fino ad una lista di festival a cui è possibile inviare i propri lavori, senza dimenticare la pagina reddit in cui è possibile trovare aggiornamenti, condividere esperienze lavorative, chiedere consigli e quant’altro.

A questo punto sorge spontanea una domanda: e in Italia, come va? Per farci un’idea, lanceremo nei prossimi giorni un sondaggio da sottoporre agli addetti ai lavori che ci seguono.

Questo articolo ti ha colpito? Vuoi aiutarci a sviluppare le domande per il sondaggio o semplicemente condiviere la tua esperienza? Scrivici a postmaster@videoclip-italia.com

Fonte immagine di riferimento: Twitter – @WeDirectMV

Si dice che, se due amanti passano insieme sotto l’arco del Faraglione di mezzo, davanti all’isola di Capri, allora si ameranno per tutta la vita. Da questa leggenda muove la video-serie scritta e diretta da Francesco Lettieri per Liberato: Capri Rendez-Vous racconta la storia d’amore fra un ragazzo dell’isola, Carmine, e un’attrice di successo francese, Marie.

Diviso in cinque capitoli per altrettanti inediti del misterioso cantante napoletano, la serie si apre con un episodio introduttivo, che è anche una netta dichiarazione di intenti. Ambientato nel 1966, con gli ultimi scampoli di Dolce Vita e Nouvelle Vague a lambire l’isola di Capri, Guagliò presenta un incipit meta-cinematografico perché questo è il senso ultimo di tutta l’operazione, anzi di tutta la videografia di Lettieri: i videoclip sono un mezzo, il fine è il cinema.

Liberato – Capri Rendez-Vous (Francesco Lettieri)
Qual è la differenza tra l'eternità e un singolo momento?
Liberato – Capri Rendez-Vous (Francesco Lettieri)
La luce cade tutta su Marie nella scena della discoteca

Non solo: Guagliò introduce anche i due protagonisti, ma soprattutto espone il tema di fondo, ovvero lo scorrere inellutabile del tempo e la decadenza che lo accompagna. Di questo parlano infatti Marie e il regista, in una breve chiacchierata di sapore felliniano, mentre il montaggio ci restituisce un quadro documentario del set e della natura intorno.

Il secondo episodio, Oi Marì, è invece incentrato solo su Carmine e Marie: è il momento dell’innamoramento. Passano sotto l’arco dei faraglioni e si baciano per la prima volta, attraverso delle scene che hanno un sapore nostalgico, decisamente più Polanski che la pubblicità di Dolce e Gabbana. Con Nunn’a voglio ‘ncuntrà ci spostiamo invece negli anni ’70: Carmine è con un gruppo di amici a caccia di ragazze in una discoteca, qui rivede Marie, accompagnata però da un altro uomo. C’è solo il tempo, al ralentì ovviamente, per uno scambio di sguardi prima che irrompino i paparazzi.

Gli ultimi due episodi sono invece incentrati sull’invecchiamento. Tu me faje ascì pazz’ è ambientato nel 1993: Carmine è un carabiniere imbolsito, sposato e da poco padre; Marie è un’attrice bruciata, attaccata alla bottiglia e ormai sola. Casualmente si incontrano: lui la riporta a casa, lei vomita e poi fanno l’amore. Questa è indubbiamente la parte più debole dell’intero racconto, ma precede l’episodio migliore, l’ultimo.

Niente è ambientato al giorno d’oggi, ed è un racconto fotografico: Marie, col suo volto segnato dal tempo, fa ritorno a Capri in traghetto, come una signora qualunque. Le orde di visitatori sono catturate impietose dall’obiettivo della macchina fotografica: la Dolce Vita è ormai solo un ricordo, sostituito dalla massificazione turistica. Non è rimasto più niente (come da titolo), nemmeno Carmine, come scopriamo nel finale – un finale davvero ben gestito, che dribbla abilmente un esito più scontato, e procura un magone automatico.

Liberato – Capri Rendez-Vous (Francesco Lettieri)
Carmine si toglie la fede prima di tradire la moglie con Marie nel quarto episodio
Liberato – Capri Rendez-Vous (Francesco Lettieri)
Marie in mezzo alla folla dei turisti eppure sola

Capri Rendez-Vous apre un capitolo completamente differente nell’estetica di Liberato. Dopo il successo degli ultimi lavori, era anche inevitabile un cambio di passo e chissà che questa svolta non nasconda anche il tentativo di ampliarne il respiro internazionale: i riferimenti culturali di fondo possono essere colti anche da un pubblico straniero e che vanno a braccetto con le lyrics, che presentano svariati versi in spagnolo e in inglese.

Il racconto in sé, al netto dei perdonabili cliché, soffre un po’ lo scarso approfondimento della relazione fra i due protagonisti, relegata ad un banale scambio di battute in barca e poco altro. La scelta dei sottotitoli e gli abbondanti inserti narrativi dovevano forse servire in tal senso, ma finiscono per aggiungere ben poco. In questo modo l’opera finisce per funzionare solo nell’ottimo finale, come già abbiamo scritto. Il limite vero sta però nei brani stessi, oggettivamente cinque riempitivi che completano sì l’album appena pubblicato, ma sono anche lontani parenti in termini di impatto rispetto ai singoli precedenti, tanto che Lettieri può permettersi di interromperli e tagliarli come più gli aggrada.

Minchia le risate (Fonte: Instagram; Fonte immagine in evidenza: rai.it)

Il Sanremo del Baglioni-bis appare come un momento di felice rinnovamento musicale, con diversi artisti in gara che sul palco di questa kermesse nazional-popolare avrebbero stonato parecchio solo 2-3 anni fa. Oddio, felice forse è un termine un po’ forte. Certo è che Achille Lauro e Zen Circus, Ex-Otago e Motta, per dirne alcuni, sembrano quasi degli infiltrati nel paese reale, quello dei non-morti tipo Nino D’Angelo e Patty Pravo che fanno il duetto col rapper, o Loredana Berté versione Vasco Rossi (più viva lei comunque che i Boomdabash col testo scritto coi baci Perugina).

Dal nostro punto di vista, un Sanremo così variegato diventa un’ottima opportunità per osservare la produzione nazionale di videoclip in quasi tutta la sua estensione, permettendoci di dare un’occhiata anche a quei generi musicali che di solito non ci filiamo. Uno sguardo oltre la barricata sempre più farraginosa che divide le produzioni più o meno indipendenti dal mainstream raiunesco, dove solitamente regnano incontrastati i “compitini” e le trashate involontarie. Insomma, ci sono tutte le premesse per divertisti un po’.

Motta – Dov’è l’Italia (YouNuts!)

Motta gira in tondo dentro il magazzino di un rental romano e canta «Mi sono perso anch’io». Il tutto rigorosamente in piano sequenza, girato al ralentì, il che ha evidentemente complicato le cose per quanto riguarda il lip-sync, con Motta davvero poco convinto nello scandire le parole. La clip è accompagnata dalle obbligatorie luci colorate e introdotto da un filmino famigliare in Vhs, che se gli YouNuts non ci infilano un po’ di formato video non sono contenti. (Alessio Rosa)

Boomdabash – Per un milione (Fabrizio Conte)

Tutto il testo ruota attorno all’idea dell’aspettare la persona amata ad ogni costo ed ecco che Fabrizio Conte ci cuce sopra un video zuccheroso, in cui vediamo da un lato i Boombdabash in camerino prima di un concerto, mentre dall’altro si incrociano quante più storie possibili di attese e incontri. Così si va dalla donna in dolce attesa fino al carcerato che esce di galera e trova ad attenderlo gli anziani e borghesissimi genitori (ma quando mai?), dalla ragazza alla stazione del treno al giovane emigrato coi fiori in mano, passando per mamme, papà e pure un cane. Prodotto dall’infaticabile casa di produzione Borotalco. (AR)

Paola Turci – L’ultimo ostacolo (Anissa Bonnefont)

Prendi Sarah Felberbaum e Giuseppe Fiorello, vestili di nero, metticeli in una casa bianca a guardare pensosi fuori dalla finestra, ad accarezzare i muri o, perché no, a star seduti: la perfetta immagine della coppia in crisi che rimugina sul darsi un’altra chance. Siccome di idee non ce n’è, la regista parigina Anissa Bonnefont riempe poi quasi tutto con il playback di Paola Turci.

Daniele Silvestri – Argentovivo (Giorgio Testi)

Un po’ Fantozzi un po’ Speed, il regista Giorgio Testi ambienta Argentovivo su di un autobus in bianco e nero (ricordando vagamente anche una famosa scenetta comica di Aldo, Giovanni e Giacomo), piazzando Daniele Silvestri, Rancore, il batterista Fabio Rondanini e Manuel Agnelli dentro la metafora sociale di un mondo sempre più stretto, ingiusto ed accessibile a pochi fortunati. Al netto di qualche stereotipo di troppo un’idea interessante ben realizzata. (Angelo Forzatti)

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Nuddu Ca Veni (Nessuno che arriva) è un brano scritto due anni or sono dai toscani SKoM. Il testo originale è stato tradotto in siciliano dalla cantautrice Simona Norato, qui anche alla voce,  e racconta la storia di Polifemo e Ulisse (che in questo episodio dell’Odissea si fa appunto chiamare Nessuno), ma narrata dal punto di vista del primo. È impossibile però non scorgervi un riferimento diretto ai tanti naufragi che hanno segnato il canale di Sicilia in questi ultimi anni («Nuddu ca veni/Ntra mentri ca la navi affunna»; nessuno che arriva, poi all’improvviso una nave affonda).

Ad un certo punto irrommpe anche una maledizione, lanciata da Polifemo che invoca Nettuno gridando: «Patri di lu mari/Affunnali/A sti sbinturati/ca mi percianu e s’ammuccianu» (Padre del mare/Affondali questi disgraziati/Che mi colpiscono e si nascondono). Versi che suonano tristemente attuali, ricordando in modo davvero sinistro la rabbia cieca di certa parte dell’opinione pubblica nostrana.

SKoM feat. Simona Norato – Nuddu Ca Veni (Giovanni Tomaselli)SKoM feat. Simona Norato – Nuddu Ca Veni (Giovanni Tomaselli)SKoM feat. Simona Norato – Nuddu Ca Veni (Giovanni Tomaselli)

Per quanto riguarda la clip, il frontman Gianluca Grementieri, probabilmente convinto dai precedenti lavori dei Cinepila, ha deciso di affidare il video a questo collettivo catanese. Diretta e montata da Giovanni Tommaselli, la clip va di pari passo con le lyrics nel fluttuare tra attualità, mito e sogno. Se infatti la scena si apre su un naufrago africano, che ci ricorda appunto le cronache drammatiche di questi ultimi anni, questi lo troviamo in uno studio completamente nero, che ne astrae e universalizza la vicenda.

Di lì ne sugue un percorso caotico e sfaccettato con una galleria poliedrica di volti, incontri, strappi e aperture, che ricorda lo stile esoterico ed ellittico del precedente Cirasa di Jinnaru. Il protagonista è dapprima immortalato da una folla che filtra tutto ciò che vede con uno smartphone, dopodiché si incontra con una maschera africana, che scatenerà i passaggi più surreali del promo.

SKoM feat. Simona Norato – Nuddu Ca Veni (Giovanni Tomaselli)SKoM feat. Simona Norato – Nuddu Ca Veni (Giovanni Tomaselli)SKoM feat. Simona Norato – Nuddu Ca Veni (Giovanni Tomaselli)SKoM feat. Simona Norato – Nuddu Ca Veni (Giovanni Tomaselli)SKoM feat. Simona Norato – Nuddu Ca Veni (Giovanni Tomaselli)

In questa seconda parte del video, dove dall’acqua passiamo al fuoco come elemento centrale, troviamo quella che potrebbe essere una sirena – e la cui coda si confonde con le coperte termiche di emergenza -, lo stesso Ulisse, un uomo bendato e una signora anziana di difficile collocazione. Nuddu ca vieni si qualifica così come un testo volutamente aperto, strategicamente avvolto nel mistero, in definitiva sospeso tra la possibilità di un incontro, di una identificazione nell’altro, e lo sbraitare di un cane. Il videoclip si conclude poi sugli occhi chiusi del protagonista: è tutto un sogno, un viaggio appunto.

Si è conclusa ieri sera la dodicesima edizione di X Factor Italia. Senza troppe sorprese, ha vinto Anastasio, giovane rapper di Meta di Sorrento, il cui inedito La fine del mondo è già disco d’oro. Per quanto il format, il presentatore e giudici stiano dando preoccupanti segni di invecchiamento e/o totale inutilità (vedi Lodo Guenzi), mostrando il fianco ai segni del tempo, X Factor 12 ha avuto il pregio di proporre brani e stili musicali affatto scontati.

In questo speciale, ci concentriamo su uno spin-off del programma, ovvero i videoclip degli artisti arrivati fino alla semifinale. A incuriosirci è stata la scelta dei registi, per niente banale. La Fremantle, casa produttrice del programma, ha chiamato a sé Giacomo Triglia, Uolli, Bendo e Ground’s Oranges, che già conosciamo bene, oltre a Ludovico Di Martino ed Edoardo Palma, meno abituati al format ma già registi di un lungometraggio ciascuno.

Prima di procedere ad una breve analisi dei video, è doverosa una premessa. Dalle informazioni di cui siamo venuti a conoscenza, le condizioni di lavoro non sono state ideali, questo per usare un eufemismo. Oltre a dei budget ridotti – pare tra i 4 e i 9 mila euro -, le tempistiche della produzione quasi certamente non hanno permesso agli autori di esprimersi come avrebbero voluto.

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