
La notte, un rave, una ragazza che non riesce più a fidarsi di ciò che vede. Nel sodalizio fra Chemical Brothers e Dom&Nic ci sono immagini e situazioni che tornano puntualmente di video in video, componendo una poetica riconoscibile: il clubbing come esperienza di smarrimento, l’allucinazione che invade il quotidiano, le protagoniste femminili attraverso cui osservare un mondo instabile. Le ambientazioni notturne accolgono tanto l’euforia collettiva quanto paure private, lasciando spesso incerto il confine fra le due. Nel corso degli anni, Dominic Hawley e Nic Goffey hanno dato a questi temi forme diverse: una pista affollata di scheletri, una fuga dai macchinari di una fabbrica, un corpo che si trasforma mentre danza. Il comune denominatore è sempre la musica di Tom Rowlands ed Ed Simons.
Tra Setting Sun, nel 1996, e Live Again, nel 2023, il duo di producer britannico ha affidato ben dieci videoclip a Dominic Hawley e Nic Goffey, un rapporto che attraversa quasi tre decenni di trasformazioni della musica elettronica e delle immagini digitali. All’interno di una videografia frequentata anche da Spike Jonze e Michel Gondry, Dom&Nic costruiscono una continuità particolare: tornano spesso la centralità dei corpi, le allucinazioni, la possibilità che il quotidiano nasconda un’altra realtà.
Setting Sun (1996) è il primo tassello, e contiene già buona parte della cifra stilistica del duo inglese. Girato negli spazi abbandonati del Crystal Palace Subway di Londra, segue un rave attraverso lo sguardo disorientato di una giovane donna, interpretata da Lexi Strauss. La protagonista insegue fra i partecipanti una figura che sembra incarnare il suo incubo, mentre la festa oscilla fra minaccia e assurdità. Dom&Nic costruiscono un equivalente visivo della musica: il montaggio frammentato, i movimenti instabili della macchina da presa e la ripetizione di gesti e corpi traducono l’insistenza del ritmo, mentre la deformazione dello spazio e la sovrapposizione di immagini restituiscono la sua componente più rumorosa e disorientante. Rowlands e Simons si limitano qui a un breve cameo sul finale, lasciando alla ragazza il centro del racconto. Il video intercetta anche un cambiamento più grande: secondo quanto riportato da Ed Weisbard su Spin, MTV avrebbe citato proprio questo promo fra i motivi della sua svolta dall’alternative rock verso l’elettronica.
Con Block Rockin’ Beats (1997) il sodalizio consolida il gusto per il racconto: ancora un rave, stavolta urbano, la polizia e un senso di minaccia costante. Ma è Hey Boy Hey Girl (1999) a imprimere nell’immaginario di fine millennio una delle sue visioni più riconoscibili: un dancefloor popolato di scheletri. Dom&Nic preparano il momento chiave del video con una breve storia di formazione. La protagonista, una bambina affascinata dall’anatomia, sviluppa un’ossessione verso le ossa durante una gita scolastica al museo di scienze naturali. La ritroviamo adulta dentro lo storico Ministry of Sound di Londra, dove quell’ossessione investe ogni corpo, compreso il suo. Qui gli scheletri conservano appetiti e movenze dei vivi: ballano, si cercano, fanno sesso nei bagni. L’antica iconografia della danza macabra incontra così l’euforia del clubbing.
Guardati in sequenza, questi lavori suggeriscono una lettura della psichedelia fondata sulla percezione. Basta modificare il rapporto fra una persona e ciò che vede perché ogni ambiente diventi estraneo. In The Test (2002), accompagnato dalla voce di Richard Ashcroft, il viaggio assume dimensioni oniriche, fra immersioni e apparizioni gigantesche. In Believe (2005), invece, l’incubo nasce sul posto di lavoro: un operaio vede nei macchinari della fabbrica creature capaci di inseguirlo anche fuori dai suoi cancelli.
Questo capitolo dà anche voce a una tensione feroce che fino ad allora era rimasta sottotraccia. Il ritmo stringe progressivamente il protagonista in una morsa, mentre la sua paranoia trasforma la macchina industriale in un predatore. I VFX danno corpo a un’ossessione che cresce fino a invadere ogni spazio: i macchinari seguono il protagonista fuori dalla fabbrica, si insinuano nel suo quotidiano, negandogli qualsiasi rifugio. Ogni tentativo di fuga alimenta il panico, finché l’intera città diventa un’estensione del suo incubo. In questa escalation si può leggere anche il terrore di un corpo umano che non riesce più a tenere il passo della produzione.
Con i successivi due video si cambia decisamente registro. The Salmon Dance (2007) trasforma un acquario in un siparietto hip hop, con i pesci incaricati del lip-synch del brano. Midnight Madness (2008) libera da un cassonetto dell’immondizia un goblin in abito dorato, pronto a conquistare la città con acrobazie e danza. Si passa dall’angoscia alla farsa, ma resta il piacere di vedere una creatura appropriarsi di uno spazio. L’allucinazione è ancora presente, ma nella produzione di questi anni ha dei risvolti più comici.
Con Wide Open (2016) la danza si concentra nel corpo di una sola interprete, dando vita a uno degli esiti più intensi del sodalizio. In un ambiente industriale spoglio, Sonoya Mizuno danza sulle coreografie di Wayne McGregor mentre il suo corpo si trasforma progressivamente in una struttura reticolare. Il complesso lavoro di postproduzione firmato da The Mill rende possibile osservare questa metamorfosi nella continuità di un’unica inquadratura. Ogni porzione di carne che scompare lascia filtrare lo spazio circostante, ma la presenza scenica della protagonista continua a imporsi allo sguardo. Ora la fragilità è visibile anche all’occhio più ostinato a non volerla vedere.
Due anni dopo, Free Yourself (2018) sembra rispondere a Believe rovesciandone il punto di vista. Questa volta stiamo dalla parte delle macchine. I robot interrompono la propria immobilità e scoprono il ballo, impacciati ed esuberanti come degli umani alla loro prima festa. L’automazione offre una possibilità di disobbedienza ed è così che il titolo del brano si trasforma in un’immagine insieme buffa e precisa: liberarsi significa inventare un uso del corpo che nessuno aveva previsto.
In Live Again (2023), decimo capitolo del sodalizio, la danza prende la forma di un loop infinito. Josipa Kukor si risveglia in una roulotte cromata, esce muovendosi sulle coreografie di Supple Nam, per poi rientrare e crollare sul tavolo da cui tutto ricomincia. All’esterno si avvicendano deserti, boschi e paesaggi urbani mentre ad ogni risveglio il percorso della protagonista si ripete, trasformando la promessa del titolo in una condizione insieme euforica e inquietante. Per dare forma a questa instabilità, Dom&Nic ricorrono alla produzione virtuale con l’uso di schermi LED che circondano tutto il set. Le transizioni possono così avvenire all’interno delle lunghe inquadrature, senza interrompere il movimento della macchina da presa. Come in Wide Open, la continuità dello sguardo rende tangibile l’impossibile; questa volta, però, a trasformarsi è il mondo intorno alla danzatrice.
Dopo tanti cambiamenti tecnici, la domanda resta vicina a quella di Setting Sun: possiamo fidarci di ciò che vediamo? Nel frattempo, però, abbiamo imparato ad abitare l’incertezza. Fra un incubo e una metamorfosi.

