
Un corvo con braccia umane, una stretta di mano che diventa il tramite per la scalata sociale, un supercriminale alle prese con la propria vita sentimentale. Nei videoclip diretti da Ninian Doff, l’assurdo prende spesso la forma di un problema molto concreto: coordinare un gesto, sottrarsi a una routine, trovare il coraggio di desiderare qualcosa. Il regista scozzese costruisce mondi governati da regole improbabili e li osserva con una serietà che rende ogni deviazione ancora più comica. Accettiamo presto la premessa, anche quando è impossibile; il divertimento sta nello scoprire fin dove potrà condurci.
Questa capacità di sviluppare un’intuizione attraversa tutta la sua produzione. Nei primi lavori bastano una bicicletta e un catalogo di pose, come in Golden Tree di Martin Brooks, oppure i corvi trasformati in performer di Staring Out the Window dei Fulton Lights. La gag viene ripetuta, variata, spinta un poco più avanti. Doff trova nel limite una struttura: stabilisce ciò che può accadere dentro l’immagine, poi sfrutta le aspettative che quella regola ha creato. Anche quando arriveranno budget importanti, scenografie elaborate e racconti più ambiziosi, resterà riconoscibile questo piacere di mettere alla prova un’idea e testarne i limiti.
Il montaggio è uno dei luoghi in cui tale logica diventa visibile. In What’ll It Take di Graham Coxon, i contributi filmati dai fan vengono assemblati in un corpo danzante; nello schermo diviso di Guv’nor dei JJ DOOM, la maschera del rapper tiene insieme riprese differenti, mentre lo spazio intorno perde continuità. Il corpo offre un riferimento stabile proprio quando l’immagine si disarticola. Con Free (The Editorial Me) di Darwin Deez, la ripetizione diventa invece una condizione narrativa: un commesso cerca di “liberarsi” da pochi secondi che ricominciano incessantemente. Il lavoro di composizione delle immagini produce così una frustrazione riconoscibile, quella di sentirsi bloccati nella propria quotidianità.
Doff ama rendere fisiche queste costrizioni, affidandole tanto agli effetti quanto agli interpreti. È il caso di Lost on Me, dove la coreografia trascina i componenti dei Peace fuori dallo studio, incapace di interrompere la sequenza di passi. Sempre per la band britannica dirige Money, dove le strette di mano diventano prove di abilità e rituali di accesso al potere. Sotto la comicità affiora una satira dei comportamenti collettivi: per appartenere a un gruppo bisogna conoscere i suoi movimenti, eseguirli correttamente, continuare anche quando hanno smesso di avere senso.
Lo stesso interesse per le regole investe lo sguardo dello spettatore. I filtri rossi e blu di Figure It Out dei Royal Blood, alternati già durante le riprese, fanno apparire e scomparire informazioni, modificando la lettura dell’azione e ribaltando le nostre aspettative sul finale. Le riprese macro di Love Again dei Run the Jewels trasferiscono invece l’immaginario sessuale del brano su insetti e piante carnivore, fino a farne interpreti di una performance. Sono procedimenti diversi, accomunati dal gusto di attribuire una funzione inattesa a qualcosa di reale. Doff combina effetti pratici e interventi digitali: il trucco conserva il piacere dell’invenzione artigianale, mentre orienta ciò che vediamo e il significato che gli attribuiamo.
Quando entra nel cinema di genere, questa precisione sostiene cambiamenti di tono anche radicali. Nei due video per Miike Snow, Doff rielabora l’immaginario dello spionaggio e della Guerra fredda: Genghis Khan mette in scena una spia e un supercriminale modellati sull’universo di James Bond, mentre My Trigger trasforma la contrapposizione tra John F. Kennedy e Nikita Chruščëv in un musical allucinato. In entrambi, la danza fa emergere desideri e fragilità dietro figure associate al controllo.
La fantascienza dei Chemical Brothers, fra Sometimes I Feel So Deserted e We’ve Got to Try, accoglie corpi danneggiati, trasformazioni e imprese sproporzionate. La musica dà una forma a questi passaggi: accenti, accelerazioni e sospensioni diventano movimenti, svolte, attese. Doff ha spiegato di aver costruito Sometimes I Feel So Deserted collegando quasi ogni beat o campione a un’azione della macchina da presa o degli attori.
A tenere insieme comicità, violenza e tenerezza è soprattutto la fiducia nei personaggi. Il cattivo innamorato di Genghis Khan e il cane addestrato a imprese impossibili di We’ve Got to Try richiedono un coinvolgimento emotivo, per quanto bizzarra sia la loro situazione. Per il primo, Doff ha sottolineato quanto fosse essenziale trattare sinceramente la relazione sentimentale: anche la scelta del 35mm contribuiva a dare consistenza al mondo rappresentato. È qui che la sua inventiva trova il risultato più personale. Dopo averci attirato con un gioco, ci porta a parteggiare per chi lo abita: creature che cercano uno spazio di libertà dentro un meccanismo troppo rigido, e che talvolta riescono a incepparlo.
Videografia completa di Ninian Doff:
Fulton Lights – Staring Out the Window (2011)
Martin Brooks – Golden Tree (2011)
Graham Coxon – What’ll It Take (2012)
JJ DOOM – Guv’nor (2012)
Darwin Deez – Free (The Editorial Me) (2012)
Mykki Blanco – The Initiation (2013)
Raleigh Ritchie – Stronger Than Ever (2014)
Peace – Money (2014)
Royal Blood – Figure It Out (2014)
Peace – Lost on Me (2014)
Kasabian – Stevie (2014)
Migos – One Time (2015)
The Chemical Brothers – Sometimes I Feel So Deserted (2015)
Miike Snow – Genghis Khan (2016)
Run the Jewels feat. Gangsta Boo – Love Again (2016)
Miike Snow – My Trigger (2016)
The Chemical Brothers – We’ve Got to Try (2019)
Run the Jewels feat. 2 Chainz – Out of Sight (2020)
