Una rubrica di Alberto Beltrame
Acida come di più non si può
Di più non si può,
come un acido
Un luogo angusto, illuminato da luci che tremano come ricordi sbiaditi. Una ragazza cammina o forse corre o forse è ferma, le mani che sfiorano luci, occhi che cercano un senso in un mondo che sembra sfuggirle. Ogni passo è un atto di resistenza ma non si sa di resistenza da cosa, ogni sguardo una riflessione esistenziale senza sapere di quale esistenza.
In questi pochi minuti si condensano decenni di storia musicale, dalla scena punk di Pordenone alla nascita di un nuovo linguaggio visivo italiano, dove ironia, tensione emotiva e sensibilità pop si mescolano senza soluzione di continuità. La città, con i suoi palazzi e le strade deserte, diventa specchio e proiezione della mente dei musicisti, uno spazio in cui la protagonista può muoversi, sfuggire e confrontarsi con il proprio sé frammentato.
Le pareti del corridoio sembrano stringersi, la luce si fa più intensa, quasi accecante. La ragazza attraversa stanze vuote, scale che si perdono nell’oscurità, corridoi che si intrecciano in un labirinto senza uscita. Ogni inquadratura è calibrata, ma conserva un senso di improvvisazione, come se l’architettura stessa respirasse al ritmo della canzone. Le esperienze della band nella scena punk locale, tra il fermento del Great Complotto e le serate nei club underground, si sentono in ogni gesto: libertà espressiva, tensione giovanile, consapevolezza estetica. I fotogrammi catturano la periferia, il vuoto urbano, la densità emotiva del movimento alternativo italiano degli anni ’90, in cui i Prozac+ si muovevano come eredi di un ethos fatto di energia e ironico senso di sopravvivenza.
La luce cambia, si fa più tagliente, e il ritmo della musica accompagna movimenti quasi impercettibili: mani che sfiorano muri e generano luci abbaglainti, capelli che cadono sul volto, sguardi che cercano punti di riferimento. La città non è solo sfondo: è presenza attiva, un organismo che pulsa di memoria, tensione e desiderio. Le sequenze rallentate e i dettagli intensificano il senso di sospensione, mentre la protagonista diventa un’icona dell’irrequietezza giovanile, del conflitto tra desiderio di fuga e attrazione per la città. Ogni fotogramma racconta una storia parallela, un residuo della cultura musicale friulana, un’eco di concerti e ritrovi, di band come i Futuritmi e i Mess che hanno contribuito a plasmare quell’energia.
Le pareti iniziano a respirare, le luci si riflettono come lampi intermittenti sulle superfici scrostate. La ragazza si ferma, osserva il corridoio, quasi cercando di leggere un senso nascosto nel disordine intorno a lei. Il tempo sembra oscillare tra passato e presente: il suono, il ritmo e il gesto diventano misura dell’esperienza della città, della storia della band e della generazione che rappresentano. Ogni dettaglio, dalle scale agli angoli bui, dai neon tremolanti agli oggetti abbandonati, diventa segno di un’epoca e di un’identità collettiva. La musica dei Prozac+ emerge come guida: non solo melodia, ma struttura visiva e narrativa, che accompagna il movimento della protagonista.
Spazi ristretti e spazi più ampi, ma la tensione non si dissolve. La città resta viva, pulsante, piena di angoli inattesi e percorsi contorti. Ogni passo è una misura di attenzione, un’oscillazione tra controllo e improvvisazione. La presenza di corpi trasforma l’ambiente in un racconto, in una mappatura della memoria collettiva, fatta di suoni, gesti e riferimenti culturali che dialogano con la storia del movimento punk friulano e con la traiettoria artistica dei Prozac+.
Alla fine la ragazza scompare dietro l’angolo, e il luogo oscuro si svuota, come un respiro trattenuto. La musica sfuma ma continua a pulsare nello spazio urbano, nei muri e nelle ombre. Acida resta sospeso tra memoria e esperienza, tra la storia culturale di Pordenone e la vita dei Prozac+, un frammento visivo e musicale in cui si intrecciano ironia, tensione emotiva e una consapevolezza storica che rende il video un documento di un’epoca.
Il riferimento al cinema delle origini è palpabile: i contrasti di luce, le geometrie dei corridoi e le ombre staccate ricordano i primi esperimenti di immagini in movimento, dove lo spazio scenico e l’illusione visiva diventano linguaggio narrativo autonomo. In Acida, la città diventa set e metafora, in cui il gesto umano si confronta con la storia della sua rappresentazione cinematografico-visiva, fondendo memoria urbana e sperimentazione visiva in un continuum che attraversa musica, cinema e cultura giovanile italiana.
Credits videoclip
Girato a Verona nella fu cella frigorifera di Interzona.
Ripreso in Super8 e 16mm.
Assistente: Macio Tonti
Camera: Luca Pignatti, Gigi Martinucci, Lucio Apolito
Animazioni: Saul Saguatti
