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Jonas Lindstroem

Che salto per Jonas Lindstroem, passare da Kendrick Lamar a Peggy Gou! La clip di Starry Night mette in fila diverse situazioni in cui la coreografia diventa la risposta alla tensione accumulata, mentre la producer sudcoreana, ma di base a Berlino come il regista, si muove come la protagonista di un film di Hou Hsiao-Hsien.

Convincenti sono le coreografie, di altissimo livello set designe e art direction, ma dove stupisce davvero Starry Night è nella modulazione di registri così distanti, che vanno dai primi piani sexy alla gag comica, dal commento sociale ai momenti estatici e surreali.

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Il videoclip è uno zombie audiovisivo dato per spacciato troppe volte. Stando agli osservatori, sarebbe morto almeno tre o quattro volte. E invece i promo sono ancora qua, indifferenti ai manifesti funebri, e ogni anno ci costringono a fare i conti con alcune gemme imperdibili. Fare questa Top 20 è stata una fatica, pur prendendola come un gioco: alcuni video bellissimi sono stati esclusi, l’ordine è cambiato più volte, ma tant’è. Pazienza se ci siamo fatti scappare qualcosa, se abbiamo sopravvalutato questo o sottovalutato quello: abbiamo tempo per cambiare idea, recuperare, dimenticare

Brindiamo ai registi, ai produttori e ai tecnici che, nonostante i budget ridotti, le prestazioni non pagate, le giornate lavorative di 25 ore, ancora ci credono, vanno avanti imperterriti sulla strada delle loro visioni e ci regalano queste perle. Piccole epifanie, momenti di gioia e tristezza capaci di farci ridere o di commuoverci.

Più che un bilancio, una graduatoria o un giudizio definitivo, questa classifica vuole servire da punto d’inizio, nella speranza che i vaghi responsi che escono su questa pagina possano fare da mappa; una mappa da cui cominciare a esplorare i tesori che questo formato cela negli angoli remoti di Internet. Il campo del music video rimane infatti il perfetto punto di incontro tra tensioni sperimentali e necessità commerciale. Per sua natura, il videoclip può trascendere i limiti del realismo narrativo senza perdere il “tiro”; può trasportare più facilmente lo spettatore in un universo altro, può farlo viaggiare quasi letteralmente sulle ali della fantasia, piegando il tempo e lo spazio alle sue necessità. La cosa audiovisva più simile a un sogno.

E allora cominciamo: alla posizione numero venti…

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Ogni nuovo video di Kendrick Lamar è, giustamente, un evento. Questo perché anche Element – come i precedenti – è un lavoro di alto livello, ampiamente sopra quello medio della concorrenza. Per quanto concerne l’aspetto audiovisivo, Lamar co-firma assieme a Dave Free come The Little Homies, qui coadiuvati da Jonas Lindstroem, artista eclettico che spazia dalla video arte alla fotografia di moda, senza disdegnare incursioni nel campo videomusicale (meglio se promosse da Nowness).

Element deve molto all’estetica dell’ultimo lavoro di Lindstroem, Truth or Dare – 21 Performances, un lavoro descritto dallo stesso artista tedesco come «un commento soggettivo sull’attualità». Alleghiamo video, una versione ridotta di soli 8 minuti per i poveracci che non possono passare il tempo a bazziccare le gallerie d’arte berlinesi.

Element è solo leggermente più narrativo, ma vede comunque prevalere un montaggio “caleidoscopico”, un collage votato alla polisemia, procedendo per accumulo. Specie nel primo minuto si susseguono senza soluzione di continuità frammenti di storie, abozzi che paiono schegge di uno stesso mosaico impossibile da ricostruire.

Anche la parte di performance sembra provenire da una storia che il promo non contestualizza – Lamar con la cannottiera sporca di sangue: cos’è successo prima? Cosa succederà poi? – se non in un secondo momento, quando vediamo Lamar con lo stesso outfit cominciare una rissa mentre gioca a biliardo.

La somiglianza di alcuni quadri di Element e Truth or Dare rasenta l’autoplagio (probabilmente commissionato), mentre in generale emergono i temi della rabbia “nera”, della violenza tout court, dell’infanzia.

Le lyrics si soffermano prevalentemente sul successo: sia come motivo di vanto, da affiancare alla rivendicazione delle proprie origini oppure da rinfacciare agli «imaginary rich» che lo vorrebbero morto; sia dunque anche il successo come lotta di sopravvivenza e conseguenti paranoie; il successo, infine, come meccanismo soffocante – si veda il corpo che affoga in acqua verso la fine del video, che richiama il fortissimo incipit della mano che esce dall’acqua.

Vi sono poi a fare da contrappunto alla violenza presente nel video, tutta una sere di immagini di taglio opposto: un gruppo di suore nere in abito bianco, un bambino in mezzo alla pioggia, una coppia in un momento di serena intimità e così via.

Il risultato finale tende dunque a sbalordire lo spettatore, stordito e confuso come un pugile suonato per vie delle contraddizioni del video, dal significato sfuggente delle immagini e dalla loro brutalità. Ogni quadro ha valore in sé – e  solo la scelta degli angoli meriterebbe un trattamento a parte -: sommati gli uni con gli altri, sembrano fornire un nuovo risultato ad ogni nuova visione.

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