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Gustaf Holtenäs

Cominciamo a pubblicare le classifiche di quest’anno a partire da questa Top 20 dedicata ai video esteri a cura del fondatore di Videoclip Italia, Alessio Rosa.

Quella che segue è una classifica spudoratamente soggettiva. L’unica cosa che mi sono davvero sforzato di fare è stata di mettere quanti più generi di video possibili. Questo in termini puramente estetici: mancano infatti i video ultrapop centrati sulla figura della star di turno. In questo senso, una cosa ibrida tipo i video di Nicolas Mendez per Rosalia poteva anche starci, ma tant’è.

PS: Nei commenti ai video ho aggiunto diversi riferimenti ad altri video ugualmente meritevoli delle prime venti posizioni. Del resto anche quest’annata è andata piuttosto bene, con diversi piccoli miracoli. Dispiace davvero per chi si ostina snobbare questa forma d’arte o non ha modo di approfondirla come meriterebbe.

Cominciamo…

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Rapin* è un brano che inchioda l’ascoltatore: sinth senza fronzoli fanno da tappeto ad un parlato altrettanto incisivo nella sua nettezza, in cui la cantautrice svedese Jenny Wilson racconta di una molestia sessuale subita. «Volevo fare qualcosa di terribilmente diretto. Qualcosa da cui non ci si può nascondere o che non si può fraintendere», ha spiegato Wilson in una nota ripresa da Culture Addicts, «questa canzone richiedeva un video brutale, che doveva essere in un bellissimo stile animato capace di rendere pienamente la potenza della storia».

Sul suo sito, Gustaf Holtenäs parla di Rapin* come del suo «progetto di animazione più ambizioso di sempre, e certamente il più difficile da realizzare». Innanzitutto per le «decisioni da prendere su come rappresentare l’esperienza di una persona che viene stuprata, poiché tutto ciò che ho disegnato in questo progetto portava con sé questo tema». Secondariamente anche per la quantità di lavoro: più di 2000 immagini, che fossero «al livello qualitativo di Akira».

Stando a quanto riporta Holtenäs, Wilson lo ha contattato il maggio scorso, mentre ha cominciato a disegnare a partire da settembre: «non potevamo sapere», aggiunge, «che la campagna #metoo sarebbe esplosa quello stesso autunno».

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