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Intervista

Lado Kvataniya (31) – Fonte: kvataniya.com

Lado Kvataniya è un giovane e promettente regista russo. Nato a Mosca nel 1987, lavora con Hype, casa di produzione con sede nella capitale. Si è diplomato al GITIS, una delle più prestigiose scuole di arti teatrali del mondo e ha mosso i primi passi prorpio come studente di teatro, per muoversi verso la regia a 23 anni. «Ho cominciato facendo qualche primo test, facendo riprese soprattutto per me stesso», ci ha riferito, «al tempo stesso scrivevo storie e [solo] più tardi ho cominciato a scrivere sceneggiature».

Dopo il diploma, Kvataniya ha frequentato corsi di sceneggiatura tenuti da John Turby e da Paul Brown. Per lui, i videoclip sono «più come un allenamento, quello che davvero voglio fare è dirigere dei film». Probabilmente per questo motivo nei suoi lavori la narrazione è fondamentale. E la sua maestria nel racconto, ci ha lasciato sbalorditi più di una volta. Sul nostro sito, infatti, abbiamo ospitato tutti i suoi ultimi lavori, a partire da Fata Morgana, di ambientazione post-apocalittica, un mini film catastrofico con tanto di mostro finale.

Negli ultimi mesi, Kvataniya ha diretto anche Orpheus altro lavoro distopico, in odore di Blade Runner -, il bianco e nero tesissimo di Judas e infine 387, pubblicato poche settimane fa. Tutti questi lavori variano dal videoclip-trailer a veri e propri corti, che quasi ribaltano la relazione con la musica trasformando i brani in colonna sonora. Fortemente colpiti dalla qualità dei suoi video, abbiamo deciso di contattarlo via e-mail per un’intervista.

Piccolo disclaimer: lo scambio telematico è durato diversi mesi, con alcune interruzioni dovute agli impegni lavorativi del regista – di qui il proseguire un po’ ondivago della conversazione. Ci sono stati inoltre alcune difficoltà sul piano della traduzione e comprensione reciproca, dato che entrambi – intervistatore e intervistato – con l’inglese facciamo un po’ quel che si può. Ciononostante ne è uscita una chiacchierata interessante, che apre uno squarcio sul modus operandi di uno dei registi più interessanti del panorama internazionale.

Cosa ti ha portato a fare il regista?

Mi piace creare realtà alternative a partire dal mondo reale. Il cinema è come un viaggio. Tutti amano viaggiare.

Ci puoi raccontare come hai cominciato a fare videoclip?

Come accade di solito, ci sono degli amici che hanno bisogno di un videoclip. Ed è venuto fuori che io ho cominciato a girarli. Poi altre offerte sono cominciate ad arrivare, ma sono molto selettivo,

Pensi che i videoclip siano un buon allenamento anche per la sceneggiatura?

Creare una piccola storia che dev’essere raccontata in un tempo limitato è un buon esercizio. È come fare ginnastica, ma per il tuo cervello. La maggior parte delle volte sviluppo le storie dei miei videoclip così dettagliatamente che potrei sicuramente trarci la sceneggiatura per un film. So come funziona quel mondo, che io stesso ho inventato, e come i personaggi possono abitarlo.

Risulta lampante che il tuo obiettivo sia quello di dirigere film. Sia Fata Morgana che Orpheus sono infatti dei piccoli film, quasi dei trailer. Come gli hai scritta nella pratica? Come un trailer o come dei film? C’è una parte del materiale che hai scritto per questi due video che noi non abbiamo visto sullo schermo? O delle scene che hai dovuto tagliare in sede di montaggio o per delle restrizioni imposte dalle etichette discografiche?

Li ho scritti come dei piccoli film, usando anche tutte le conoscenze di teatro che ho acquisito. Ovviamente, imparo costantemente nuove cose e a volte ho la sensazione di non sapere nulla. Ogni nuovo lavoro è una sfida che cerco di superare. In pratica, tutto ciò che è scritto su carta finisce nel video, solo l’ordine delle scene può cambiare.

Quello che davvero mi colpisce dei tuoi lavori è la direzione di arte. È semplicemente incredibile, e sembra molto più elaborata che in film con grandi budget. Qual è il tuo metodo di lavoro con l’art director?

Mi piace davvero creare mondi. Mi piace immergere il pubblico nella storia, anche se questa è tetra. Dopo aver scritto la sceneggiatura, mi siedo e comincio a disegnare – lo faccio piuttosto male, ma è il modo attraverso il quale capisco cosa voglio fare e vedere. È sempre molto importante per me capire la logica del mondo [che sto creando], dopodiché tutto diventa più semplice.

Fata Morgana ha una sorta di look grezzo, dovuto soprattutto al 16mm. Mentre Orpheus ha una qualità dell’immagine molto più glamour, che ricorda parecchio il recente remake di Blade Runner. Come mai hai deciso di adottare uno stile più “pulito” in questo secondo lavoro?

Ogni storia ha bisogno della sua presentazione. Non c’è una soluzione universale che vada bene per qualsiasi cosa. Pertanto, per ogni diversa storia, io scelgo la forma che meglio aiuta lo spettatore ad immergersi nel mondo e nelle azioni dei personaggi. Questo è molto importante perché da questo dipende se le persone crederanno o meno a ciò che accade sullo schermo.

Quanto costa girare un vidoe come Orpheus?

Il budget era in realtà piuttosto ridotto. Semplicemente lavoro con il miglior team in Russia! Per la mia troupe i limiti di budget non sono una scusa per lamentarsi, ma fanno parte della sfida che devono affrontare, cercando la migliore soluzione. Con tanti soldi a disposizione chiunque può girare, ma senza di essi in pochi ci riescono.

Non è difficile crederti, visti i risultati (abbiamo condiviso sul nostro sito anche un lavoro diretto da Oleg Trofim per Sirotkin, da non perdere). Può dirci qualcosa in più su Hype Production?

Si tratta di una grossa casa di produzione russa. Per me sono fra le migliori. Girano pubblicità, videoclip e grandi film internazionali. Quest’anno erano al Festival di Cannes con Summer, l’ultimo di film di Kirill Serebrennikov, nel concorso principale. Sono davvero contento di far parte di questo team.

Sia Fata Morgana che Orpheus hanno a che fare con il sacrificio. Sembra essere un tema piuttosto importante per te. Puoi dirci qualcosa a riguardo?

Questo tema l’ho preso da Gesù Cristo! È uno dei grandi temi fondamentali e riguarda i personaggi più importanti della storia dell’umanità.

In un video più recente, Judas, mostri l’artista mentre sintetizza una nuova strana droga attraverso le videocassette che registra. Musica-droga-trip: non è un novità vedere questo genere di collegamenti nei videoclip, ma da dove ti è venuta l’idea per questo promo? Quali sono stati i tuoi riferimenti principali?

È stata un’idea mia. Scelgo dei concetti semplici, ad esempio l’artista o la sua musica come una droga. Quando lui nasconde la “droga”, in realtà sta nascondendo delle idee per i fans. Non mi piace lavorare attraverso riferimenti, perché sono come delle trappole. Mi disturbano, limitano la mia immaginazione!

Hai detto che non ti piace lavorare attraverso i riferimenti, ma il tuo ultimo lavoro – 387 – è girato come un film noir della Hollywood classica: una scelta precisa e circostanziata. Come hai discusso questa idea con il tuo direttore della fotografia?

Ho mostrato alcune immagini al mio dop Andrey Krauzov e abbiamo parlato motlissimo di film noir. Le luci, i movimenti di camera, le ottiche ecc.

Com’è stato lavorare con un artista così carismatico come Dolphin? Ti ha dato carta bianca o ha partecipato nella creazione del video?

Andrey (Dolphin) mi ha dato completa libertà e per questo devo ringraziarlo, quand’è così è un colpo di fortuna!

In generale, come lavori su un singolo progetto? Anche se sei concentrato sulla narrazione, la musica rimane la parte principale del tuo lavoro, con un ruolo molto importante dato alla performance/playback. Attingi ad un tuo “archivio” di idee oppure ogni volta cominci da zero?

“C’è qualcosa di più importante della logica: l’immaginazione”, diceva Alfred Hitchcock. Prima di tutto ascolto la musica e provo a immaginare. Dopodiché provo a comprendere che cosa volesse dire l’artista, scopro il suo “contesto” e provo a creare un concept semplice, racchiuso in una frase. Se mi piace, comincio a scrivere la sceneggiatura.

Quali sono i tuoi punti di rifermento principali? Mi hai detto che guardi molti film: ci sono alcuni generi o registi che preferisci o guardi un po’ di tutto?

Passo tutto il tempo a guardare film. I miei registi preferiti sono Fellini, German, Hitchcock, Carpenter, Tarkovskiy, Bong Joon-Ho e Park Chan-Wook. Questi non ti insegnano a creare il tuo mondo o come girare un film, ma ti danno un senso estetico.

Per concludere: cosa dobbiamo aspettarci da te nel prossimo futuro?

Voglio girare un film e ci sto lavorando su!


Fra i più singolari e interessanti lavori italiani degli ultimi mesi, figurano sicuramente due  videoclip di Andrea Laszlo De Simone. A Vieni a salvarmi avevamo addrittura attribuito il secondo posto nella nostra top 20 italiana del 2017, mentre il recente Gli uomini hanno fame ha catturato subito la nostra attenzione. Due video che, pur presentando alcune profonde differenze, trasmettono le medesime idee stilistiche e questo nonostante siano il prodotto di più menti. Infatti, la regia dei lavori è attribuita al cantautore torinese così come a Gabriele Ottino e Paolo Bertino (i due si firmano col nome di Sans, ma se ne parlerà più avanti). Incuriositi da tutto ciò, siamo andati a fare qualche domanda a Ottino, che si è rivelato da subito disponibile e piuttosto loquace.

Ciao Gabriele, come stai? Cosa stai facendo in questo momento?

Ciao Videoclip Italia! Sto bene, ieri mi sarei ucciso, oggi mi sembra sia tutto possibile. Infatti alla fine non mi uccido mai, non si sa mai. In questo momento sto facendo 10 cose contemporaneamente. Tra queste: rispondere a te, preparare una fattura, editando un video, ascoltando musica, rispondendo a messaggi sul cellulare, mangiando e bevendo e sopratutto sognando di riuscire ad ottenere una location che sto puntando come un segugio.

Sei un artista poliedrico, regista e musicista (Niagara, Spime.im, Gemini Excerpt, Acragacoa), ma anche parte di collettivi artistici multidisciplinari (Superbudda). Puoi spiegarci in particolare come ti sei formato nel settore audiovisivo e come sei arrivato a girare videoclip?

Ecco, mi sembra più adatto schizofrenico che poliedrico. Ho due anime fondamentali ed innumerevoli satellitari. Le due fondamentali si possono riassumere in musica e video arte. La prima è quella passionale, istintiva entusiasmante e dolorosa. La seconda è quella più ponderata, razionale. La prima si è nutrita di devozione e sacrificio, la seconda è frutto di studio ( ho frequentato il liceo artistico e concluso con una laurea all’ Accademia Albertina di Belle Arti di Torino ). Le due anime ovviamente non fanno altro che dialogare ed influenzarsi costantemente; in alcuni casi decidono di invitare anche le anime satellitari e fanno delle orge di pensiero caotico. Questi sono i momenti in cui l’ azione non fa per me e l’ unica salvezza possibile è la contemplazione.

Per quanto riguarda il videoclip diciamo che ci sono rimasto incastrato, ma non mi dispiace affatto perché è sempre stata una mia passione. Sono cresciuto con la scuola Gondry/Cunningham/Jonze chiedendomi “ma questo come l’avranno fatto?” e cercando di rispondermi. In seguito, dal momento che per vari progetti musicali che ho avuto nel tempo servivano sempre 2 o 3 video per promozione, li ho quasi sempre curati io. Ho iniziato in un periodo nel quale i mezzi tecnici a portata di un comune studente dell’accademia facevano realmente la differenza. Quindi mi sono da subito concentrato sul senso di quello che stavo facendo e meno sulla forma. Anzi la forma era volutamente ed esageratamente deforme. Poi sono arrivate le prime reflex e Paolo Bertino (giovane regista che ha curato la fotografia nella maggior parte dei miei lavori da regista). Il mezzo tecnico e la maniacalità formale di Bertino hanno apportato rigore estetico ai miei lavori, donandogli una freschezza che non avevo mai sperimentato prima. Dopo alcuni videoclip di autocompiacimento estetico (del tipo: “minchia che figo facciamo i videoclip come i pro”) siamo tornati al senso ed alla ricerca di un nostro linguaggio.

Raccontaci del tuo rapporto con Andrea Laszlo De Simone. Come vi siete conosciuti e come siete arrivati a collaborare insieme?

Il mio rapporto con Andrea Laszlo De Simone è saltuario ma molto fruttifero. Nella vita di un creativo ci sono persone con cui ti trovi particolarmente bene a creare e giocare. Andrea è una di queste, non abbiamo mai costruito cose durature assieme pur condividendo la passione della musica e del videomaking. Scopiamo bene ma non ci siamo mai fidanzati. Poi da quando è diventato un triangolo con Paolo Bertino non può che essere una relazione aperta. Con quest’ultimo da pochissimo abbiamo deciso di buttare tutto ciò che facciamo assieme sotto il cappello di Sans. Lavoriamo assieme dal 2012 e molto spesso i ruoli che ricopriamo per la realizzazione dei videoclip sono innumerevoli e si sovrappongono. Per semplicità d’ ora in poi sarà: un video di Sans. In realtà c’è un terzo Sans, ma vuole rimanere anonimo.

La regia dell’ultimo video è attribuita al cantautore e a Sans, ovvero lo pseudonimo che usate in coppia tu e Paolo Bertino. Il lavoro precedente (Vieni a salvarmi) invece ti vedeva affiancato dal solo De Simone. Com’è lavorare con più persone alla regia: quali processi decisionali avete adottato?

In Vieni a Salvarmi abbiamo praticamente cucito due immaginari che si incastravano perfettamente l’uno sull’altro, anzi l’uno rafforzava l’altro. È stato semplicissimo dargli forma. Io avevo in mente l’immagine di questo naufrago alla deriva che non vuole essere salvato. Andrea credo avesse in mente qualcosa di simile all’omino della coscienza. Per tutto lo svolgimento del videoclip non abbiamo fatto altro che farli comunicare tra loro. Diciamo che, a parte qualche leggerissima forzatura che ci ha richiesto un microscopico sforzo mentale, i due hanno comunicato da soli e noi abbiamo preso appunti. Abbiamo perso tantissimo tempo a cercare e a scegliere il volto giusto per interpretare il solo protagonista. Lui si chiama Sergio Rubino (e non Rubini) e ci ha fatto sognare con la sua interpretazione. L’ abbiamo sottoposto a grande stress, lui è stato al gioco. Durante le fasi di finalizzazione del videoclip dei malviventi hanno rapito e tenuto in ostaggio una famiglia che sta esattamente al piano sopra di noi. Noi non ci siamo accorti di nulla. Fortunatamente loro ora stanno bene.

Il flusso indistinto di immagini su cui si chiude Gli uomini hanno fame è lo stesso su cui inizia Vieni a salvarmi. Dobbiamo quindi considerare questo ultimo videoclip come un prequel? Avete lavorato ai due video separatamente o questo legame era premeditato, pensato dal principio?

I due video sono ovviamente legati. Poco prima dello shooting di Vieni a Salvarmi, una sera incontrai Andrea che mi disse: “è da una vita che voglio fare il video di una partita cancellando il pallone”. Dopo un primo moto di gelosia per l’idea geniale che aveva avuto, io gli ho detto: “cazzo, facciamolo!”. Con l’idea del parto di un possibile futuro capolavoro abbiamo iniziato lo shooting di Vieni a Salvarmi. Quindi si. Abbiamo cercato di inserire elementi che richiamassero al video che stavamo per andare a fare, ma senza esagerare perché non avevamo la certezza di farlo! E invece l’abbiamo fatto e la prima volta che sono riuscito a vederli uno di seguito all’altro sono rimasto incantato da tutte le connessioni tra i due video alle quali non avevo ancora pensato. Il mio vero personale fallimento in tutta l’ architettura che unisce i due video è che avrei voluto palesare che sì l’inizio Vieni a Salvarmi coincide con la fine de Gli Uomini Hanno Fame, ma anche la fine di Vieni a Salvarmi dovrebbe (più evidentemente) coincidere con l’ inizio de Gli Uomini Hanno Fame. Un loop infinito. Queste cose mi riempiono il cuore.

La partita di calcio senza pallone è davvero un’idea fortissima. Quanto avete dovuto smanettare per portare a termine l’impresa?

In realtà ha fatto tutto Donato Canosa. Lui è un documentarista (forse riduttivo definirlo così, pure lui è un poliedrico=schizofrenico ) e spesso collabora con noi. Lui è quello che chiamiamo quando abbiamo bisogno di effetti speciali particolarmente elaborati. Lo conosco dal Liceo, abbiamo fatto lo stesso percorso di studi, siamo ottimi amici. Questa non avrei mai dovuto fargliela. È impazzito a cancellare quel pallone. Vedeva palloni anche quando chiudeva gli occhi. Ne approfitto per ringraziarlo pubblicamente, mi spiace che tu abbia perso decimi a causa nostra.

Di naufragi interiori e personalità multiple. Intervista a Gabriele Ottino
Andre Laslzo De Simone e Gabriele Ottino che lanciano petardi sul set di Vieni a Salvarmi
Di naufragi interiori e personalità multiple. Intervista a Gabriele Ottino
La scialuppa di Vieni a Salvarmi sfocata
Di naufragi interiori e personalità multiple. Intervista a Gabriele Ottino
Dietro le quinte de Gli uomini hanno fame

Al di là della struttura a loop (un vero e proprio circolo vizioso) dei due video, mi incuriosisce quando parli di connessioni a cui non avevi pensato. Personalmente mi hanno colpito di più le differenze.

I due videoclip hanno molti punti in comune e molti elementi opposti, hai ragione. Quando abbiamo pensato al video de Gli uomini hanno fame ne abbiamo parlato proprio in termini di “negativo” di Vieni a salvarmi. In origine, anche i testi hanno un approccio molto diverso: Vieni a salvarmi è molto più intimo ed al contempo più “urlato”, mentre Gli uomini hanno fame sembra più un’analisi fredda e distaccata, però sussurrata all’orecchio quasi come fosse una ninnananna dai risvolti atterranti, ma cantata per tranquillizzarti e darti conforto. Come per dire: “sei circondato dalla merda ma non sei solo!”. Consolazione amara.

Nel primo abbiamo un eroe, un Ulisse che vuole morire. Anche se ha tendenze suicide, è un personaggio positivo e non importa quale sia il suo fine e cosa l’abbia portato fino a lì, viene comunque spontaneo empatizzare con lui; come se fosse una voce che risiede in tutti noi al momento di un qualsiasi naufragio interiore. Lui però sceglie, per questo ci piace, mi piace. La sua passività è in realtà una attiva presa di posizione: LASCIATEMI MORIRE! Mentre ne Gli uomini hanno fame il vero protagonista è questo blob/repertorio di orrori filmati che tiene incollato il buon Andrea Laszlo De Simone futuro e passato (cioè suo padre, che approfitto per ringraziare del suo stupendo apporto attoriale). L’uomo è inerme di fronte agli orrori perché qualcos’altro lo cattura, lo ipnotizza. Accetta passivamente tutto quello che gli passa davanti agli occhi senza riuscire ad avere la forza di prendere una vera e propria posizione. Magari si emoziona, si disgusta o si addormenta ma continua comunque a rimanere lì di fronte. Lui non è un eroe, lui è un qualunquista, lui è un uomo come tutti noi che sopravvive.

Non avete avuto paura di risultare un po’ datati puntando il dito contro la televisione?

In realtà lo stai facendo tu! Io amo la TV! Se ci pensi era così innocua rispetto ai nuovi mezzi di circonvenzione di incapaci, molto meno subdola. Io punto il dito contro l’ uomo e subito dopo lo abbraccio.

Di naufragi interiori e personalità multiple. Intervista a Gabriele Ottino
Niagara dopoconcerto con uno specchio ondulato sulle gambe
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Il cubo di currybox è in realtà un beauty di pupa
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Gita in montagna con i Foxhound prima di essere assaliti da un gruppo di volpi
Di naufragi interiori e personalità multiple. Intervista a Gabriele Ottino
Gabriele Ottino al Superbudda lancia uno sguardo languido a Donato Canosa per cercare di coinvolgerlo in qualcosa che gli complicherà la vità.
Di naufragi interiori e personalità multiple. Intervista a Gabriele Ottino
Are You Equalized_ chiede Davide Compagnoni a Paolo Bertino
Di naufragi interiori e personalità multiple. Intervista a Gabriele Ottino
A destra Paolo Bertino si piace nei panni dell' uomo nero, a sinistra Roberto Polidori è dorato e preoccupato
Di naufragi interiori e personalità multiple. Intervista a Gabriele Ottino
Gabriele Ottino secondo Beatrice Gasca Queirazza

Se potessi scegliere, per quale artista gireresti un videoclip?

David Bowie, ma la vedo difficile. Tra i vivi Arca forse, ma è già messo bene con Jesse Kanda.

Videoclip preferito/i?

Come si fa?! The Chemical Brothers – Let Forever Be di Gondry è sicuramente uno tra i miei preferiti. Sigur Rós – Fjögur píanó di Alma Har’el è un capolavoro. Amo i CANADA e Tom Kuntz. Di più vicini a me gli amiconi Is Tropical devo ammettere che hanno fatto 2 o 3 video spaccaculi! Dancing Anymore sopra tutti, ma anche quello dei bambini che giocano a spararsi è un piccolo capolavoro [The Greeks, diretto dai Megaforce come anche il sopracitato Dancing Anymore, ndr]. Ecco basta, ne vorrei dire altri 2000 ma mi fermo.

Dove ti vedi nel futuro? Ho letto in un’intervista che vuoi fare il regista di film, quelli “veri”: è ancora così?

È da un po’ che ci penso. Spero di non vedermi ancora qui a pensarci nel futuro.

E più nell’immediato, invece, cosa dobbiamo aspettarci dai Sans?

Grandissime cose. Stay Tuned!

Fra i video che ci siamo colpevolmente persi l’anno scorso, spicca il lavoro diretto da Giulia Achenza per i Mangaboo, nuovo progetto di Giulietta Passera (The Sweet Life Society) e Francesco Pistoi (Motel Connection). Giant Steps non avrebbe affatto sfigurato nella nostra top 20 italiana del 2017: non solo la cura nello styling – Achenza ha un solido background nella moda –, ma anche riferimenti colti per un mix perfetto di fascino e mistero. Per rimediare, abbiamo pensato bene di intervistare la regista sarda, di stanza a Milano.


Ciao Giulia, come stai? Cosa stai facendo adesso?

Ciao sto bene, sto lavorando a dei nuovi progetti che spero vedrete presto. Proprio oggi sono stata a fare un location scouting, durante il quale rileggendo le mie risposte per questa intervista negli appunti le ho cancellate tutte e ora te le sto riscrivendo prima di andare a dormire. Non tutte le donne sono multitasking e io ne sono la prova vivente 🙂

Giant Steps è uscito a fine novembre. Ci ricordi un po’ com’è nata la collaborazione con i Mangaboo?

Il progetto con i Mangaboo è nato tramite un’agenzia con cui collaboro, Punk for business, che ci ha fatto incontrare in occasione del video. Io e i ragazzi siamo entrati subito in sintonia e ci siamo messi subito dietro alla realizzazione del video.

Com’è nato invece il soggetto: è una tua idea o è stato uno spunto dato dagli artisti?

Entrambi direi. Francesco Pistoi uno dei componenti del duo Mangaboo, che è un grande esperto d’arte, oltre che di musica, mi ha confessato la sua passione per un artista torinese, Giacomo Grosso, in particolare per un suo quadro “Il supremo convegno”. Il dipinto rappresenta la morte di Don Giovanni in un modo anticonvenzionale, infatti l’uomo giace dentro la sua cassa mentre le sue amanti nude si muovono bellissime, sinuose e dissacranti sopra il suo corpo immobile.
Il quadro in questione ha anche una storia incredibilmente misteriosa, ha vinto la prima biennale di Venezia, subito dopo è sparito nel nulla, di esso esiste solo una foto.
Oltre a questo il video è ispirato in generale all’opera dell’artista, famoso per il suo approccio anticlericale e le sue donne e suore anomale, dai tratti somatici armoniosi ma dagli sguardi e i modi demoniaci.
L’altro dipinto infatti che ho scelto come ispirazione è “La cella delle pazze” dove una giovane suora, sotto la morsa delle altre cerca di svincolarsi.
Attraverso tutto questo ho immaginato una storia d’amore proibita dove una suora (Eleonora Carisi) e una donna (Giulietta Passerà) intrattengono un triangolo amoroso con un uomo (Don Giovanni/ Nicus Lucà) spinti da una presenza demoniaca (Francesco Pistoi) dove il paradiso/convento è in bianco e nero e la dannazione/inferno è a colori.
Tutto questo ha come sfondo il bellissimo castello di Rivara, che ospita una raccolta di opere contemporanee.

Anche il casting ha la sua importanza: fra i protagonisti troviamo Eleonora Carisi, fashion blogger, e l’artista torinese Nicus Lucà. Come sei arrivata a loro?

Sono vecchi amici dei Mangaboo e io ho trovato che l’idea potesse essere, sia esteticamente, sia concettualmente, molto interessante: accostare una bellissima fashion blogger come Eleonora, nei panni di una suora ribelle innamorata segretamente di un Don Giovanni, interpretato da un artista contemporaneo e eclettico come Nicus, non è una cosa di tutti i giorni. Inoltre è stato un vero piacere lavorare con entrambi, perché sono due grandi stacanovisti sul set è hanno interpretato il ruolo alla perfezione.

Hai una tua metodologia di lavoro/ricerca ben precisa o su ogni progetto lavori diversamente?

Su ogni progetto lavoro diversamente e cerco di interpretare al meglio i gusti e i desideri dell’artista o del brand. Chiaramente parto sempre da una ricerca fotografica, cinematografica, iconografica, concettuale, letteraria, di luoghi o persone che caratterizzino al meglio il tipo di lavoro che vado a svolgere. Mi piace pensare di migliorare, poco alla volta, la mia metodologia, sia di ricerca, che di lavoro in generale, dopo ogni progetto.

Ad ottobre è uscito Human per Christaux, un lavoro che hai diretto insieme a Giada Bossi. Com’è stato co-dirigere? Come vi siete conosciute tu e Bossi?

La vera occasione, persona e artista che ha unito me e Giada sia umanamente, che lavorativamente, è stata la nostra amica comune Joan Thiele, che ha avuto una splendida idea d’insieme, scegliendoci entrambe per il suo video Armenia e questa cosa è successa anche per Human. La cosa che mi rende molto felice è anche che in entrambi abbiamo sfruttato location che avevo in testa da tanto, infatti entrambi sono girati in sardegna che è dove sono nata.


Da promettente studentessa di moda allo Ied a regista di videoclip: com’è successo? Non che sia così insolito muoversi tra moda, fashion film e music video, ma vorremmo ci raccontassi come sei finita dietro la macchina da presa.

Ho sempre amato il cinema vedendo le cose oggi a ritroso non era poi così inaspettato.
Tutto è nato dalla mia tesi: un’analisi sulla casa, vista quasi come un paradosso, ossia come un luogo che protegge, ma allo stesso tempo isola, reclude e penso che tutto questo venga estremamente amplificato quando vieni da un isola.
Le reference erano per lo più cinematografiche da Bartas, a Tarkovsky a Amenábar e altri.
Alla fine la tesi era composta da uno shooting e due video, uno dei quali, la parte finale, si chiama Leakage e, grazie al sostegno e la fiducia di alcune persone come il mio ex docente Riccardo Conti, ha partecipato alla prima edizione del Fashion Film Festival di Milano, che mi ha concesso l’onore, col mio primo lavoro e in modo davvero inaspettato, di vincere il premio quell’anno come “Best Italian Fashion Film”.
Da quel momento ho deciso di dedicarmi a questo.

Quali sono i tuoi artisti di riferimento? Quali le tue fonti di ispirazione principalI?

I miei artisti, soggetti, film, libri e canzoni di riferimento sono davvero tanti e sarebbe impossibile farti un elenco.
Sono trasversale, odio le persone che pensano che il gusto e lo stile dipendano dal mantenere sempre lo stesso genere e la stessa estetica, le trovo noiose e poco coraggiose.
Un giorno c’è Nolan, il giorno dopo guardo Dario Argento, quello dopo ancora Malick e poi riparto con Greenaway, il giorno dopo ancora sfoglio un libro di Tillmans, poi uno di Newton, ma amo anche la Yemchuck e così via e spero che nessuno potrà mai privarmi del divertimento di attingere da tutto questo calderone di spunti e riferimenti completamente diversi.

Hai nuovi progetti in cantiere? Pensi di fare ancora videoclip in futuro?

Sì ci sono e sì li vedrete presto.

Bellissimo per Ghemon è uno dei video che più ci ha colpito in questo inizio 2018. Non potevamo non rivolgere alcune domande alla regista, la giovane Giada Bossi.

Ciao Giada, come stai? Cosa stai facendo adesso?

Ciao Alessio, bene grazie.  In senso stretto sono le 22.30, sono sdraiata su una branda in una clinica in mezzo al nulla tenendo d’occhio mio fratello quattordicenne che non scappi dalla stanza. Qui, ora mi sento in pace.

Com’è nata la collaborazione con Ghemon?

Sono stata contattata da Marco di Macro Beats quest’estate per un altro videoclip che purtroppo non è andato in porto. In realtà poi Gianluca (Picariello, in arte Ghemon, ndr) mi ha confessato di aver chiesto a Mecna il permesso di contattarmi per il video, tipo permesso di uscire con la sorellina minore, la cosa mi ha fatto sorridere. Era Luglio, ero nel mezzo della corsa folle a chiudere tutti i progetti prima delle vacanze. Avevo tirato in ballo un’idea che mi stava a cuore e coinvolgeva una delle persone a me più care, mio fratello, in un progetto che stavo macinando da un po’. L’idea è piaciuta e siamo riusciti a incastrare il tutto in pochi giorni. Due giorni prima di girare però mio fratello ha avuto un incidente gravissimo. È stato un fulmine a ciel sereno. Ora, dopo mesi di cure è qui davanti a me più che sveglio, e tutto sta andando a posto. È stato un momento devastante e il progetto è chiaramente stato messo da parte. Oltre alla massima comprensione e sostegno da etichetta e management, Gianluca ha preso la cosa a cuore ed è una delle tantissime persone che mi sono state vicine e che non finirò mai di ringraziare. Ci siamo detti “alla prossima”, ed eccoci qua.

Da dove arriva l’idea per il video? Hai scritto tu il soggetto?

Bellissimo parla del momento preciso in cui sei in balia degli eventi e di te stesso ed improvvisamente decidi di fermarti e iniziare a godertela. Da piccola facevo spesso incubi ricorrenti di motorini senza guidatore che mi inseguivano, di salire su una macchina e partire senza poterla fermare. Li ho fatti per anni, poi a un certo punto sono riuscita a smettere di scappare, girarmi, salire sul motorino e scendere dalla macchina e non ne ho più fatti. Ricordo una sensazione di sollievo stranissima. Lo spunto è nato un po’ da lì. Serviva un video dinamico che stesse dietro alla canzone. Gianluca si era detto disponibile a mettersi in gioco con la recitazione e ho iniziato a pensare a un soggetto che lo vedesse protagonista.  Ho buttato giù questo e insieme altre 3/4 idee diverse ma ho proposto la prima a Gianluca e non c’è stato neanche bisogno di accennare le altre.

In generale quanto conta il budget in un videoclip secondo la tua esperienza?

Il budget conta, molto. Quando mi viene richiesto un videoclip chiedo sempre quale sia il budget. Sono convinta che ci siano video stupendi girati in modo tecnico ineccepibile con del budget sostanzioso e altri altrettanto belli girati con nulla in termini di mezzi molto poveri. Ci sono contenuti che si possono raggiungere solo con un cellulare e idee che hanno bisogno di una troupe e di un set up produttivo per stare in piedi. Che in Italia non ci sia budget per i videoclip in generale lo sanno anche i muri, io la prendo come una sfida: trovare l’idea giusta per il brano, per l’artista e che sia realizzabile con i soldi che ci sono. Se non riesco a trovarla, rifiuto. Poi va a finire sempre che, a costo di fare le cose fatte bene, si investano i fee in noleggi e spese di produzione e tecnici. Per questo video non eravamo pochi, ringrazio Basement, Tommaso (Terigi, il dop, ndr) e tutte le persone che ci hanno lavorato e si sono fatte in quattro per me per poco e nulla in modo impeccabile; spero di non doverle deludere mai. È una responsabilità.

Un incubo «bellissimo». Intervista a Giada BossiUn incubo «bellissimo». Intervista a Giada BossiUn incubo «bellissimo». Intervista a Giada BossiUn incubo «bellissimo». Intervista a Giada Bossi

Raccontaci un po’ di te. Come sei diventata una regista di clip?

Ho iniziato da qualche anno, sono classe ’93, sono cresciuta in provincia di Varese. Dopo la maturità mi sono presa del tempo per capire cosa volevo fare, ho viaggiato parecchio e sono arrivata a Milano nel 2013 con le idee un po’ più chiare. Ho fatto un anno di filmmaking al Sae Institute e un anno di sceneggiatura alla Civica serale, che mi ha permesso di poter iniziare a lavorare da subito. È stata e sarà sempre l’esperienza più formante. Ho un imprinting da filmmaker quindi diciamo che mi so arrangiare anche da sola e l’ho fatto per un bel po’, ma mi sto orientando in una direzione più strutturata in cui posso delegare e avere più tempo e più testa per stare sulla regia. Credo nel lavoro corale, trovare persone di cui ti puoi fidare ciecamente e che concorrono ad arricchire quello che hai in mente. Questa cosa non è scontata, ma è la cosa più preziosa. Nei vari primi lavoretti, giri di contatti, ho avuto la fortuna di incrociare Joan Thiele, ormai 3/4 anni fa. Giravo un suo video live in studio. Eravamo una più timida dell’altra ma ci siamo trovate. È una persona meravigliosa e un’artista interessantissima. Sono iniziate le prime piccole collaborazioni fino al primo videoclip, Save Me.

Chi sono le tue figure di riferimento, i tuoi registi o, più in generale, artisti preferiti?

Continuo a cambiare gusti e cambiare riferimenti, ed estendendo il campo all’arte rischio di non chiudere più questa intervista. Ma parlando di videoclip i primi che mi hanno fatto innamorare e che ad oggi non sono ancora stati spodestati sono Khalil Joseph, Hiro Murai, Oneohtrix Point Never.

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Progetti e obiettivi futuri?

Tanti, sono solo all’inizio. Ho la fortuna di essere circondata da persone e realtà che sono uno stimolo continuo. Parlo di Milano e anche dell’arma a doppio taglio che è questo periodo storico dove tutto è alla portata di tutti con una connessione internet. Quindi direi che il primo obiettivo è prenderla per il verso giusto e continuare a “studiare”, crescere e metabolizzare. È un mestiere ancora molto artigianale e quindi bisogna stare in campana, stare in bottega e andare avanti a lavorare con l’audiovisivo. Tra tutti è il linguaggio che mi è più immediato e comprensibile. Si tratta di comunicazione alla fine. Mi piacciono video e film che sono un pugno nello stomaco e una mazzata sulle gengive, che ti intrattengono e ti emozionano. Voglio arrivare un giorno a tirare anche io pugni nello stomaco e le mazzate sulle gengive.

Quali sono stati i tuoi video preferiti del 2017?

Tanti troppi. Non sono brava con le scelte assolute. I primi tre che mi vengono in mente

Creeping – Obongjayar
The Blaze – Territory
Young Thug – Wyclef Jean

Fra i migliori video del mese scorso abbiamo segnalato senza dubbio alcuno Mumbo Jumbo, primo vero singolo di Tierra Whack, giovanissima rapper di Philadelphia, diretto dall’italiano Marco Prestini. Prestini lavora da qualche anno negli Stati Uniti, dove si è trasferito per studiare. L’abbiamo contattato via mail per scoprire la sua storia e il dietro le quinte del suo ultimo, bellissimo lavoro. Ecco cosa ci ha detto.

Ciao Marco. Prima di tutto, raccontaci un po’ la tua formazione. Come sei diventato regista?
Mi sono avvicinato alla regia una volta trasferitomi a Milano finito il liceo. Le prime cose le ho imparate dai film, ma soprattutto sperimentando continuamente con i mezzi che avevo a disposizione e cercando di assottigliare il gap che notavo nei miei lavori. E’ stato un processo di trasformazione non privo di sacrifici, ma che ho sempre vissuto con grande entusiasmo e che mi ha portato a conoscere le prime case di produzione molto presto, prima in Italia e poi all’estero. Per quanto riguarda la mia formazione, ho una laurea in management alla Bocconi ed un BFA in cinematografia conseguito presso l’Art Center College of Design di Pasadena.

Il tuo ultimo videoclip girato prima di Mumbo Jumbo risale al 2014 (Aucan feat. Otto von Schirach – Rise of the Serpent). Come mai così tanto tempo fra uno e l’altro?
Per diversi motivi, primo su tutti il fatto di essere andato a studiare negli Stati Uniti, sparendo cosi dal radar per qualche anno. Mi sarebbe piaciuto farne di più, ma sono anche dell’idea che di videoclip un regista non possa farne troppi, specialmente quando non si ha accesso alla buona musica, altrimenti finiscono per perdere di qualsiasi significato o valore artistico. Decidere se prendere un progetto o meno diventa quindi una delle scelte più importanti che un regista possa fare, specialmente quando non si è nessuno, ed è importante avere pazienza e saper aspettare.

«Il brief arrivato dalla label era semplice e chiaro: Tierra voleva sbiascicare dal lettino di un dentista immaginando di avere la bocca completamente anestetizzata»

Come hai ottenuto la regia di questo video?
Ho ricevuto il brief a inizio estate tramite Lark Creative, un’agenzia di Los Angeles che mi rappresenta per i music video negli Stati Uniti. Il progetto vero e proprio l’ho preso solo dopo aver vinto il pitch, e da li è cominciata la pre-produzione con Strangelove, la casa di produzione che mi segue in US & UK.

Parliamo del processo creativo. Trattandosi di mumble-rap, dove non ci sono lyrics, sono particolarmente curioso di sapere da quale elemento sei partito per concepire questo video.
Non ho mai dato grande importanza alle lyrics, almeno non durante il processo creativo, come nel cinema non do mai grande importanza ai dialoghi, ma rimango enormemente colpito dal linguaggio visivo e dalla mise en scène. Ovviamente esistono eccezioni, ma nella maggior parte dei casi le mie idee nascono in risposta alle sonorità o sensazioni che nascono da una traccia. Il brief arrivato dalla label era semplice e chiaro: Tierra voleva sbiascicare dal lettino di un dentista immaginando di avere la bocca completamente anestetizzata. Da li è poi nata l’idea delle protesi e tutto il resto.

Quando scrivi un trattamento usi molto le referenze visive oppure preferisci la parola scritta? Quali sono state le principali fonti d’ispirazione per questo lavoro?
Lavoro sia per immagini che per testo. Mi piace molto cercare reference nell’arte e soprattutto nell’architettura, ma anche dai film e dalla fotografia d’autore. Le mie idee cominciano quasi sempre da uno spazio e da una location, e questo progetto è stato sviluppato seguendo diverse linee, tra cui 2001, Beyond the Black Rainbow, Goodnight Mommy, Children of men ed alcune fotografie di Gursky.

Dalla Bocconi al mumble rap: intervista a Marco PrestiniDalla Bocconi al mumble rap: intervista a Marco PrestiniDalla Bocconi al mumble rap: intervista a Marco Prestini

Come è stato lavorare con Tierra Whack?
Tierra vive a Philadelphia e quindi ci siamo visti per la prima volta durante il ppm (preproduction meeting, ndr) fatto un paio di giorni prima di girare. È arrivata con un piccolo entourage di manager, discografici e produttori che si muovevano attorno a lei come un’ombra. Erano tutti piuttosto gasati per il progetto, ma anche molto protettivi verso Tierra visto che questo era il suo primissimo video. Dal canto nostro noi eravamo abbastanza tesi perché avevamo preso la grossa decisione di fare un build invece che girare in location, il che può diventare molto rischioso perché è un punto di non ritorno. Tierra si è però fidata completamente della produzione, senza mai interferire, e siamo quindi riusciti a finire tutte le riprese in poco più di 12 ore, che era il nostro limite. Lei è giovanissima ma ha davvero un carisma ed una presenza incredibile e sono sicuro diventerà una big.

Blu, bianco e rosso dominano il video: sono i colori della bandiera americana

Se potessi scegliere, per quale artista gireresti un videoclip?
Burial o Mina.

Quali sono i tuoi registi preferiti?

Cinema: Stanley Kubrick, Michelangelo Antonioni e Jonathan Glazer.
Short form: Chris Cunningham, Daniel Wolfe, Karim Huu Do e Jonas Lindstroem.
Fine art: Doug Aitken e Yuri Ancarani.

Videoclip preferito/i?
Paolo Nutini – Iron Sky e The Shoes – Time to Dance, entrambi di Daniel Wolfe; Flying Lotus – Until the Quiet Comes, di Kahlil Joseph.

Nel futuro, ti vedi più orientato ai commercial, ai fashion films o pensi di continuare con i music videos?
Credo che continuerò a fare tutte queste cose, del resto di strada da fare ce n’è tanta, ma il vero obiettivo rimane il cinema.

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