2015 – Oltre le classifiche: M.I.A. – Borders

Tra tutti i video usciti nella scorsa annata, ce n’è uno che si staglia sugli altri. Si tratta di Borders, singolo di M.I.A., rapper britannica di origini Tamil, anche regista di questo promo che affronta di petto la crisi umanitaria dei rifugiati in fuga verso l’Europa.

Negli anni precedenti, MIA si era segnalata agli occhi degli amanti della videomusica per le sue collaborazioni con il regista francese Romain Gavras (figlio di Costa Gavras). Il distopico Born Free – dove si fa pulizia etnica di chi ha i capelli rossi – e lo spettacolare Bad Girls sono due lavori di notevole levatura. Borders è evidentemente debitore dell’estetica e, in un certo senso, della metodologia di Gavras. Movimenti di macchina e stacchi ricordano fortemente – per non dire scimiottano – Bad Girls, mentre la feconda provocazione insita nel video ricorda più Stress.

Feconda provocazione perché Borders ha in effetti diviso critica e spettatori. E del resto, con un videoclip al tempo stesso star-centered e di forte denuncia, la controversia è l’esito naturale. Insomma, per citare Ben Tuthill, «Borders o è il progetto di M.I.A. più conscienzioso o il più approfittatore». L’accusa è di fare la povera con la fame degli altri. E di venderci pure i dischi.

Innanzitutto potremmo liquidare l’argomentazione dell’appropriazione culturale indebita ricordando come la stessa MIA sia un’ex rifugiata, una migrante figlia di migranti. Ma volendo andare più in là, si può osservare come sia propio la dicotomia tra star e migranti, questa disparità e presunta contraddizione interna al discorso di Mia, il tema centrale del video.

Non c’è infatti solo il discorso sui confini politici (Africa/Asia-Europa) e naturali (il mare). Ma anche uno tra la massa e la star, un limite sempre segnato nei quadri del video dal colore o dalla luce, e cioè dunque dall’immagine, dalla visibilità. Un confronto tra corpi: quelli (quasi) anonimi degli uomini ritratti nel video – solo maschi: una parodia del classico iconic video? – e quello della splendida quarantenne MIA.

A ribadire la tematica non è solo il (pre)finale dove Maya Arulpragasam è illuminata dal faro, con lo sguardo protetto e reso inafferrabile da dei ray-ban a goccia mentre attorno gli ALTRI migranti restano al buio. MIA gioca ironicamente e consapevolmente su questo scarto per tutta la durata della clip: la vediamo infatti al comando di un’arca umana, per poi camminare sulle acque; in un’inquadratura dall’alto è il centro di un sole fatto di barche; quando nel playback mima “This is North, South, East and Western” in pratica fa il segno della croce. La pop star come messia, dunque (e qui siamo a Madonna).

M.I.A. - Borders
Nel nome del padre…

Il presunto sfruttamento commerciale del corpo dei migranti è palesato ed esasperato dalla rapper tramite la sua autoraffigurazione come star, come divinità. Una rappresentazione che appare con tutta chiarezza consapevole. Se di primo acchitto il video può giustamente sembrare ambiguo, si tratta di ambiguità studiata, che è puro Gavras: grimaldello provocatorio, certo, ma anche dispositivo per la riflessione sullo spettacolo.

Borders non è un video “umanitario”, non siamo al Band Aid, non c’è Bono. Borders è piuttosto un video concettuale che lavora ai fianchi i limiti (borders, appunto) del formato videoclip, del genere – l’iconic video – per mostrarci una nuova star, sintesi di occidente e oriente, nord e sud del mondo, che a sua volta annuncia l’arrivo di una nuova società multietnica.